
La lettura politica di una guerra coloniale si focalizza sui fattori strutturali, sui rapporti di potere e sulle lotte per l’espropriazione dei territori e delle risorse naturali, sotto la veste di ideologie contrapposte. La comprensione psicologica e psichiatrica si concentra sugli effetti individuali e collettivi sulla salute mentale delle popolazioni colpite da queste guerre. Le due prospettive sono indispensabili.
Oltre 100 anni di colonizzazione, e a 77 anni dalla Nakba, costituiscono lo zoccolo duro su cui si è costruita l’identità collettiva e la memoria storica della popolazione palestinese. Le storie di continue aggressioni, guerre e deportazioni sono state tramandate di generazione in generazione e costituiscono il trauma storico dell’intero popolo palestinese. La medicina e la psichiatria in particolare hanno sempre cercato di capire come gli individui e i gruppi affrontano questi traumi, al fine di trovare strategie di resilienza e guarigione, sia a livello individuale che in termini di dinamiche interpersonali e familiari.
La settimana scorsa abbiamo avuto l’opportunità di incontrare Samah Jabr, in varie conferenze pubbliche organizzate a Roma da più realtà impegnate nel sostegno alla resistenza palestinese. Sono stati incontri intensi e ricchissimi di scambi e insegnamenti, di cui presenterò qui qualche aspetto.
Samah Jabr, nata a Gerusalemme Est nel 1976, è psichiatra e psicoterapeuta. Laureata alla Al-Quds University in Gerusalemme, si è poi specializzata in Francia, Gran Bretagna e Usa, sulla ricerca clinica e la terapia. È stata per nove anni responsabile del Dipartimento della salute mentale del Ministero della salute palestinese. Fin quando le sue prese di posizioni la portarono all’esclusione dal Ministero della Salute. Samah Jabr è anche scrittrice, per far conoscere la realtà palestinese e dar voce al popolo palestinese oltre le frontiere. Si spende per la difesa dei diritti umani e per la lotta anticolonialista, anche facendo parte del “Public Committee Against Torture in Israel” (PCATI, ong israeliana fondata nel 1990).
Inoltre, Samah scrive per guarire le ferite collettive, perché i traumi di questo sterminio sono innanzitutto collettivi. Tre dei suoi libri sono stati tradotti in italiano dalla casa editrice “Sensibili alle foglie”. Si tratta di Dietro i fronti (2019), Sumud (2021) e Il tempo del genocidio (2024). Tutta l’opera, il lavoro, l’impegno di Samah Jabr hanno per scopo di mettere in luce gli effetti della colonizzazione sionista sulla psiche degli individui e sulla salute mentale. In questo senso, si ispira all’opera di Frantz Fanon e ne è la continuatrice.
Ricordiamo che Frantz Fanon[i] era anche lui psichiatra e psicanalista, oltre che antropologo, originario della Martinica, emblema dei movimenti terzomondisti. Con I dannati della terra e Pelle nera, maschere bianche ha dato un contributo fondamentale alla comprensione degli effetti psicologici del colonialismo sulle persone e le società colonizzate: l’alienazione identitaria, la disumanizzazione, l’interiorizzazione degli stereotipi prodotti dai coloni, l’integrazione di sentimenti di inferiorità. Effetti che possono portare a comportamenti auto-distruttivi delle popolazioni oppresse.
Inoltre, la disumanizzazione delle vittime è largamento usata come arma di propaganda per giustificare le guerre e gli stermini presso l’opinione pubblica. I dannati della terra è un manifesto per la lotta e la resistenza alla violenza coloniale che spoglia le terre e i popoli di ogni loro risorsa e riduce le popolazioni alla schiavitù.
Sulla scia di questa visione, Sama Jabr tratta degli effetti della vita sotto occupazione e oppressione permanente, in particolare, degli effetti della colonizzazione sionista sulla salute mentale.
Qui non si tratta di cercare di curare, bene o male, ricoprendo con un cerotto la sindrome di stress post-traumatico (SSPT). Perché qui non c’è niente di “post”-traumatico. Il trauma del popolo palestinese è collettivo, storico (almeno dalla Nakba del 1948), ma anche attuale e permanente, senza risoluzione di discontinuità su ogni persona vivente in ciò che rimane della Palestina colonizzata.
Dunque la medicina non può essere neutrale, non cade dal nulla e agisce nella realtà delle persone e delle collettività. La psichiatria e la psicologia, come tutta la medicina, è politica. Così la politica deve essere parte integrante della cura. Infatti, si deve decolonizzare la psichiatria, per poter decolonizzare la mente e liberarla. Comprendendo ovviamente tutti i rapporti di dominio, di sfruttamento e repressione delle persone nella lotta di classe. Fanon lega anche la lotta anticoloniale alla lotta di classe: perché sono sempre le classi oppresse che portano la lotta al suo compimento. Le politiche coloniali invece cercano di assicurare la collaborazione delle “elite” locali al sistema coloniale, e all’indebolimento delle masse degli oppressi.
Lo sguardo prezioso di Samah Jabr apre una porta nuova. Con il movimento dialettico permanente tra collettivo e individuo entriamo in una percezione profonda ed empatica del trauma nel quale vive e resiste il popolo palestinese.
Oltre la violenza esterna, che si tocca con gli occhi e le mani, delle bombe, delle ferite del corpo, degli arresti e rastrellamenti, delle case distrutte dalle ruspe, si scopre l’intimo della persona, il modo in cui questa violenza impatta il mentale puntando ad annichilire la persona. Samah mostra un quotidiano concreto reale incarnato da personaggi veri, ancorati nella realtà. Fa apparire il lato invisibile della vita sotto occupazione, e in particolare gli effetti devastanti e brutali delle invasioni israeliane. I palestinesi subiscono ogni giorno mille pratiche discriminatorie e disumane. L’alienazione, il razzismo coloniale, le umiliazioni sono permanenti:
– attese infinite ai check point per i palestinesi obbligati ad andare a lavorare a Gerusalemme. Alzarsi alle 2 di notte per passare ore di attese ai check point… senza garanzia, perché qualsiasi soldato o soldatessa può rifiutarti l’ingresso, persino strapparti il permesso di transito… per un futile motivo (vestiario, per esempio) o per pura prepotenza.
– Arresti e carcere amministrativo senza accuse definite e senza durata. La detenzione amministrativa dura sei mesi, ma è rinnovabile all’infinito, senza giustificazione. Non c’è una famiglia palestinese che non abbia uno o più membri imprigionati.
– Nonché le molestie sessuali, la tortura e le varie forme di alienazione e violenza della vita in un regime d’apartheid.
In questa vita sotto la colonizzazione sionista la depressione e l’ansietà non sono patologie, ma un effetto reattivo a una situazione obiettivamente traumatizzante. Il/la terapeuta deve quindi aiutare a tradurre la reazione in altro che in depressione, bensì in strategie di resistenza, che vanno ben al di là della resilienza. In Palestina, la depressione è una reazione disfunzionale di fronte a un evento traumatico (combattimenti, perdita dei propri cari, distruzione della casa, impotenza di fronte alle violenze quotidiane), non è malattia.
È ben noto che col tempo, le relazioni tra colonizzatore e colonizzato vengono avvolte, normalizzate da dinamiche culturali e dalla psicologia stessa: forse, a voler curare, si potrebbe attenuare il dolore con farmaci e/o con pratiche adattative. Ma tanto Fanon che Jabr rigettano questo ruolo del medico. Non è giusto, anzi è vile voler curare l’individuo negando il contesto patogeno. Questo promuove solo la dipendenza e la sottomissione verso i dominanti.
Infatti, la cura è nella ribellione, la cura è nella resistenza.
Si tratta, dice Samah, «di mostrare come l’occupazione cerca di distruggere la nostra volontà, la nostra identità e sistema di valori come società e di teorizzare su come possiamo vivere e sopravvivere in modo creativo, malgrado questi tentativi di distruzione». Infatti, la colonizzazione non lavora solo sulle terre e le case. Non cerca di imporsi solo con le armi, la colonizzazione lavora sulle menti, dietro le nostre fronti. L’occupazione è intima, è quella dello spazio mentale. La stima di sé, il morale, l’equilibrio mentale sono i luoghi e la posta in gioco in queste lotte.
Questi traumi che si ripetono da decenni sono diventati ora un trauma collettivo. E la risposta deve essere perciò collettiva. Si sviluppa nel Sumud, la resistenza individuale e collettiva che cresce e perdura nel tempo. Il Sumud è resistenza e sfida permanente, diventa una vera cultura del gruppo, ricreando un tessuto identitario di rinascita. Il Sumud denuncia l’oppressione e il soffocamento, ma la parola Sumud significa anche “soffio vitale” e così è la resistenza palestinese.
Chi entra nel processo di resistenza ha, o acquisisce, una comprensione emancipatoria e la sensibilità necessaria per comprendere che il dolore suo è causato dall’oppressione. Si considera l’occupazione in quanto malattia e non la reazione a essa. Infatti, questa posizione è molto sana: di fronte all’oppressione del colonialismo sionista si resiste! Si resiste in tutti i modi, dalle piccole pratiche quotidiane, più o meno pacifiche, alla resistenza armata violenta. La resistenza è una e indivisibile.
Anche qui ritroviamo Fanon che dimostra come la violenza è una risposta legittima all’oppressione coloniale. Anzi la violenza è indispensabile alla liberazione, tanto delle menti individuali che della società aggredita. È il mezzo irrinunciabile della liberazione.
Non si tratta qui di concludere. Siamo in un processo in divenire che si fermerà solo con la fine della colonizzazione sionista.
Nel “Tempo del genocidio”, vediamo come il racconto mainstream del “conflitto tra Israele e Hamas” serve a manipolare le coscienze, per coprire uno sterminio sistematico della popolazione palestinese e in particolare dei bambini e delle donne.
Lo sguardo professionale di Samah Jabr colloca le uccisioni di massa, gli sfollamenti, l’affamamento, la tortura e le umiliazioni contingenti, nel solco più ampio del trauma storico palestinese che si potrà superare solo con «una solidarietà concreta e attiva, capace di affermare sia il diritto alla resistenza nella Palestina illegalmente occupata, sia il rispetto dei diritti umani elementari, calpestati da decenni con la complicità attiva dei Paesi occidentali.»… e ancora «Se la solidarietà internazionale è terapeutica per i palestinesi, il dono del Sumud, che essi ci fanno con la loro resistenza, può aprire anche le nostre menti e i nostri cuori, per mettere fine alla più lunga e sanguinosa occupazione coloniale del nostro tempo.»
Nel ricordare che i/le palestinesi non si considerano assolutamente vittime ma soggetti attivi e combattenti per la libertà, ribadiamo che la solidarietà è terapeutica per tutti/e noi. È un imperativo etico e politico.
Quanto avviene in Palestina è una lotta che proseguirà fino a quando la Palestina sarà libera e fino a che trionfi l’umanità di coloro che lottano per la liberazione. Il 7 ottobre 2023 è stato un‘atto rivoluzionario nella riappropriazione di una azione collettiva, portata a rivendicare violentemente il diritto all’esistenza nella dignità e libertà del popolo palestinese.
Marlène Micheloni
Roma, il 09-03-2025
[i] Les Damnés de la terre, Frantz Fanon, Ed. Maspero, Paris 1961 (I dannati della terra, Einaudi) e Peau noire, masques blancs, Ed du Seuil, Paris 1952 (Pelle nera, maschere bianche, ETS)