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Multipolarismo questo sconosciuto. Chi ci è, chi ci fa

All’interno della sinistra pacifista e anticapitalista prende sempre più piede la parola d’ordine del ‘multipolarismo’ e del ‘multilateralismo’, ad integrare o sostituire la tradizionale parola d’ordine della pura e semplice uscita dalla NATO. L’idea è che una gestione collegiale dell’ordine mondiale, al posto dell’attuale egemonia USA, possa non solo garantire la pace, ma addirittura aprire le porte ad un superamento del capitalismo.

Il copyright del multipolarismo è del gruppo BRICS e, prima ancora, di Russia e Cina, che nel lontano 1997 – sono gli anni di Clinton, Yeltsin, Zemin e delle bombe NATO su Belgrado – sottoscrivono una velleitaria dichiarazione congiunta ‘Su un mondo multipolare e sull’istituzione di un nuovo ordine internazionale’.[1] Il crescente peso economico dei paesi emergenti ha successivamente posto con sempre maggiore forza il tema di una ridefinizione dell’ordine mondiale che tenga conto delle loro istanze, in particolare per quanto concerne l’equità (qualunque cosa sia) negli scambi commerciali all’interno del mercato globale. Scopo dichiarato del gruppo BRICS è infatti quello di avviare iniziative comuni in ambito economico, lavorando per un superamento della centralità del dollaro e creando istituzioni finanziarie transnazionali complementari o concorrenziali a quelle a trazione USA.[2]

È importante notare che i BRICS, né collettivamente né individualmente, esprimono un modello sociale ed economico alternativo rispetto a quello statunitense. Il loro problema non è la globalizzazione capitalistica in quanto tale (che, anzi, sta alla base delle loro fortune), ma la globalizzazione capitalistica a trazione USA.

Sarà forse per questo che l’Occidente, o almeno una parte non piccola di esso, lungi dall’opporsi al multipolarismo, lo ha fatto proprio. Eloquente al riguardo il titolo di un articolo su Foreign Policy, prestigiosa rivista statunitense: Yes, the world Is multipolar and that isn’t bad news for the United States.[3] Fautori del multipolarismo anche Gordon Brown,[4] Joseph Borrel,[5] Emmanuel Macron[6]. Ne ha parlato mesi fa perfino Italo Bocchino a proposito di una visita del Presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni a Pechino.[7] Merita una menzione particolare la Morgan Stanley, uno dei colossi del capitalismo finanziario USA: Charting Strategies for a Multipolar World.[8] Il multipolarismo che piace all’Occidente non sarà forse proprio identico a quello dei BRICS, ma tutto si può dire fuorché sia una parola d’ordine antisistema e rivoluzionaria.

La richiesta dei BRICS di ‘pesare di più’ è, dal loro punto di vista, più che legittima. Ma perché mai la sinistra anticapitalista dovrebbe fare del multipolarismo la propria bandiera e dei BRICS i propri eroi? Su che base si pensa che una gestione collegiale dell’ordine mondiale da parte di uno sparuto numero di Stati – i più potenti del pianeta e tutti interni alla globalizzazione capitalistica – sia un passo verso l’emancipazione dei popoli e il superamento del capitalismo? A naso si direbbe l’opposto.

E qui c’è chi, come si suol dire, ‘ci è’ e chi ‘ci fa’. Chi ‘ci è’ parla di multipolarismo senza sapere cosa sia. Chi ‘ci fa’ sono quelli che, parlando di gestione collegiale dell’ordine mondiale, pensano in realtà ad una sostituzione dell’egemonia USA con quella cinese, a loro avviso meno predatoria e più ‘inclusiva’, come se non fosse fisiologico, per ogni Paese che aspiri all’egemonia ma non l’abbia ancora, mostrare inizialmente la ‘faccia buona’, come fecero gli stessi USA con il piano Marshall in Europa.[9]

La quantità di articoli che compaiono sulle loro riviste celebranti i successi dell’edificazione socialista nella Cina di Xi Jinping suggerirebbe però che, ad avviso di questi compagni, la Cina non sia solo benevola e generosa, ma addirittura il nuovo Stato-guida del proletariato internazionale, temporaneamente in incognito per cogliere di sorpresa i capitalisti. Se pensano questo, perché nascondersi dietro il multipolarismo? Se si è convinti di una cosa, non ci si dovrebbe vergognare a dichiararla.

Se è difficile intravedere sviluppi anticapitalistici da quella che sarebbe una semplice ridefinizione delle gerarchie all’interno del sistema capitalistico globale, il multipolarismo allontana forse almeno il rischio di guerra e favorisce una risoluzione pacifica delle contese tra Stati? Il caso della ‘rivoluzione’ libica del 2011 smentisce anche questa ipotesi. Richiamiamone brevemente i termini. Nel Paese si scatenano rivolte armate, più o meno spontanee, represse dall’esercito governativo libico. Il blocco atlantico chiede all’ONU di autorizzare l’intervento militare (la famigerata no-fly zone). Russia e Cina fanno passare la risoluzione astenendosi. Non solo, a conflitto ancora in corso, entrambe riconoscono il Consiglio nazionale di Transizione legittimo governo del Paese.

Se per la Russia e la Cina si può parlare di silenzio-assenso, alcuni Paesi arabi, segnatamente il Qatar e gli Emirati Arabi uniti (futuro membro dei BRICS), diedero invece un contributo fondamentale al regime-change libico, sia in termini di ‘agitprop’ attraverso i canali pan-arabi, quali Al Jazeera, sotto il loro controllo, sia in termini di aiuti finanziari e militari.

Il caso della Libia è dunque un concreto esempio di ‘multilateralismo’ nel quale diversi attori internazionali, ognuno per i propri motivi, convergono nel perseguire e ottenere la destituzione del governo di uno Stato terzo.

Chi a sinistra parla di multipolarismo non ha ovviamente in mente scenari di questo tipo. Auspica, giustamente, una resa/sconfitta della NATO in Ucraina ed un ridimensionamento dell’egemonia statunitense nel mondo.[10] In un siffatto contesto si potrebbero aprire spiragli affinché i popoli, a prescindere e contro gli interessi degli Stati – di qualunque Stato – prendano in mano il proprio destino e si ribellino. Ma la condizione perché si aprano questi spiragli non è certo una gestione collegiale, ovvero pacificata, dell’ordine mondiale, bensì, appunto, all’opposto, il disordine. ‘Grande è la confusione sotto il cielo, ma la situazione è dunque eccellente’.

Questi compagni però parlano solo di geopolitica. Come in una partita di Risiko, ogni giocatore uno Stato. I popoli dove sono? Nella loro visione, a quanto pare, i popoli sono semplici soggetti passivi che dovrebbero affidarsi alla benevolenza di questo o quello Stato. Se si pensa questo, ha ancora senso definirsi comunisti o anche solo parlare di emancipazione dei popoli? Passare da un padrone all’altro non è emanciparsi.

 

* * *

 

Un secondo tema ricorrente di questa area della sinistra, forse non del tutto sconnesso al loro amore per gli Stati, è il richiamo all’articolo 11 della Costituzione a fondamento della propria opposizione alle politiche aggressive della NATO. ‘L’Italia ripudia la guerra: è la Costituzione la nostra bussola’, scrivono.[11] Nell’antica classificazione delle tipologie di argomentazione, questa rientrerebbe tra le argomentazioni che si fondano sul principio di autorità: ipse dixit. Esempio tipico l’uso delle citazioni bibliche nel medioevo. Questo tipo di argomentazione non poggia su un ragionamento, ma presuppone soltanto che l’interlocutore consideri l’autore o il testo citati come un’autorità indiscussa a prescindere da ogni altra considerazione. Oggi, in Italia, tra la gente comune, tra le fasce sociali che sperimentano tutti i giorni quanto alle belle parole non corrisponda nulla, la Costituzione gode di questo status?

Se il richiamo alla Costituzione è una scelta tattica e, per così dire, di marketing, è dunque di dubbia utilità. Se, invece, c’è dietro l’idea che la Costituzione sia appunto ‘la nostra bussola’, il quadro entro cui muoversi e il perimetro da darsi, vale la pena ricordare a questi compagni che l’uscita dell’Italia dalla NATO è, di fatto, esclusa proprio dalla Costituzione (art.75): ‘Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali’. In altre parole, la sovranità popolare che si esprimerebbe attraverso lo strumento referendario non può essere esercitata sulla nostra appartenenza alla NATO e alla UE. Non siamo abbastanza maturi per poter decidere sulle questioni serie, quelle economico-finanziarie e di politica estera. Lasciamo che sia un comico, Benigni, a parlare di ‘Costituzione più bella del mondo’ e ridiamoci sopra.

[1] https://www.treccani.it/magazine/atlante/geopolitica/brics:-un-alleanza-per-un-ordine-mondiale-multipolare.html e https://digitallibrary.un.org/record/234074?ln=en&v=pdf.

[2] https://www.marx21.it/internazionale/mondo-multipolare/cause-profonde-alle-origini-della-formazione-e-dello-sviluppo-dei-brics-e-prospettive-future-editoriale/.

[3] https://foreignpolicy.com/2023/10/05/usa-china-multipolar-bipolar-unipolar.

[4] https://foreignpolicy.com/2023/09/11/us-china-russia-multilateralism-diplomacy-alliances-trade/

[5] https://www.eeas.europa.eu/eeas/come-rilanciare-il-multilateralismo-un-mondo-multipolare_it.

[6] https://www.nytimes.com/2023/04/11/world/europe/macron-china-allies.html

[7] La 7, Otto e Mezzo del 26/9/24.

[8] https://www.morganstanley.com/ideas/multipolar-world-global-strategy.

[9] L’ovvio riferimento è all’area politica che si muove intorno a Marx21 e all’Antidiplomatico. Vedi anche https://foreignpolicy.com/2023/09/22/multipolar-world-bipolar-power-geopolitics-business-strategy-china-united-states-india/ (dibattito interno ai think tank occidentali) che sviluppa la tesi secondo cui non ci sarà nessun multipolarismo, ma solo un bipolarismo USA-Cina, con gli altri paesi orbitanti intorno ad uno dei due poli.

[10] Come lo stesso Boris Johnson ha di recente dichiarato, la sconfitta in Ucraina potrebbe significare la fine dell’egemonia occidentale nel mondo (https://www.dailymail.co.uk/debate/article-13301849/BORIS-JOHNSON-waiting-Ukraine-weapons-needs.html).

[11] https://cdn.lantidiplomatico.it/amp/dettnews-litalia_ripudia_la_guerra__la_costituzione_la_nostra_bussola/39329_45404/#, ma gli esempi sono infiniti.



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