Pubblichiamo l’intervento di Silvia Baraldini all’incontro tenuto il 12 marzo 2026 allo Strike di Roma
Benvenute e benvenuti,
Assata Shakur è “ritornata agli antenati” a l’Havana il 25 settembre scorso. Dal momento che, come Fondazione, ne siamo venuti a conoscenza, abbiamo pensato che fosse importante ricordare la sua vita straordinaria. Per farlo e indentificare contraddizioni e soluzioni messe in atto in quel periodo che possono essere utili oggi, questa sera siamo riuniti allo Strike, insieme al Blocco Decoloniale e tutte le altre persone che hanno lavorato per organizzare questo incontro.
Inizio dalla fine: dal 1984 Assata ha vissuto a Cuba, è diventata una sua cittadina, si è iscritta al partito comunista. Cuba, seguendo la sua tradizione rivoluzionaria, non solo gli ha accordato asilo politico ma le dato una base, politica e culturale, dalla quale ha potuto continuare a lottare per l’autodeterminazione del popolo afroamericano. Tutto questo a sole 90 miglia dalle sponde del paese, gli Stati uniti, che l’ha perseguitata, imprigionata, torturata. Cuba in quel periodo ha accolto numerosi prigionieri politici provenienti dai movimenti anticoloniali americani. Vorrei ricordare il compagno William Morales, membro delle Fuerzas Armada de Liberacion Nacional de Puerto Rico, responsabile dell’attentato del 1974 che ha distrutto Fraunces Tavern, famoso ritrovo per le classi dirigenti di Wall Street e autore di oltre 50 altre azioni a favore dell’indipendenza di Porto Rico e contro la presenza delle basi americane nell’isola, come quella di Sabana Seca, la più estesa e la più strategica per via della sua posizione, si trova nel punto più vicino all’Africa. William tuttora risiede a Cuba. Tra i tanti altri menzionerei Nehanda Abiodun, membro del Black Liberation Army, amica, compagna e mia coimputata nel caso Brinks, anche a lei accolta e tutelata dal governo cubano. La protezione che Cuba ha dato ad Assata si è rivelata negli anni provvidenziale; infatti, sotto la presidenza Obama è stata offerta una taglia di un 1 milione di dollari per la sua cattura, il suo nome è stato aggiunto alla lista dal Fbi delle dieci persone più ricercate. Assata è stata la prima donna ad essere inserita in quella lista.
Vivendo a Cuba, Assata ha ricevuto le visite di sua madre Doris, del suo avvocato e zia Evelyn Williams e ha potuto crescere sua figlia Kakuya, concepita e nata durante uno dei suoi sette processi. Vivere all’Havana le ha permesso di incontrare numerosi rappresentati dei movimenti statunitensi con i quali, lo abbiamo visto nel filmato di questa sera, ha ingaggiato una continua dialettica politica. Le ha permesso di scrivere la sua autobiografia e, negli anni, contribuire con numerosi testi sulla sua visione politica sulla necessità di contrastare la guerra scatenata dal governo degli Stati uniti contro i movimenti anticoloniali, anche ricorrendo alla lotta armata, di raccontare il suo ruolo in quel conflitto che ha dilaniato comunità e movimenti durante gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta.
Nonostante tutti gli sforzi politici e culturali, la narrazione di quel periodo purtroppo non è cambiata. Le compagne e i compagni che hanno partecipato a quella resistenza sono ancora visti come criminali. E perdura, anche in ambienti progressisti, la favola degli USA come esempio di paese democratico da emulare.
Poteva andare in modo completamente differente, se non fosse per la sua liberazione dal carcere femminile di Clinton, nel sud dello stato del New Jersey, il 2 novembre 1979. Quel giorno nel tardo pomeriggio un’unità del Black Liberation Army Multinational Task Force è entrata all’interno della prigione, l’ha prelevata e, guidando attraverso un prato che confinava con un ospedale per disturbi mentali, le ha ridato la libertà. Il tutto in circa 45 minuti. A capo della Task Force due straordinari rivoluzionari Sekou Odinga, proveniente dal Partito delle Pantere nere, già in esilio ad Algeri, combattente con SWAPO, l’esercito di liberazione della Namibia e fondatore del BLA; Mutulu Shakur, dottore in agopuntura, fondatore del programma contro la tossicodipendenza nel più grande ospedale pubblico del South Bronx, nazionalista affiliato all’organizzazione la Republic of New Afrilka, formato nelle rivolte urbane del Nord e in quelle a Sud nello stato del Mississippi contro le forze organizzate dei suprematisti bianchi. Sotto la loro leadership ha partecipato alla liberazione di Assata anche un gruppo di antiimperialisti bianchi e, per riconoscere il loro contributo, in via del tutto eccezionale la parola multinational è stata aggiunta alla sigla del BLA. Il compito di questo gruppo era ben preciso: guidare tutti i partecipanti afroamericani fuori dal perimetro dell’azione fino a raggiungere un luogo sicuro nel quale Assata e i suoi compagni avrebbero passato i primi giorni, permettendogli anche di studiare come si sarebbero mosse le forze dell’ordine.
Come molti di voi sapete parte della mia condanna a 43 anni di carcere è dovuta alla mia partecipazione alla liberazione di Assata. Di conseguenza in molti mi hanno chiesto del mio rapporto personale con Assata, la verità è che non ci conoscevamo e il giorno dell’azione l’ho intravista solo durante i secondi a lei necessari per nascondersi nel portabagagli dell’auto. La mia presenza, a richiesta dei compagni e delle compagne del BLA, era stata decisa solo 24 ore prima perché ero considerata l’autista migliore. Questa richiesta è stato un azzardo, in seguito anche molto criticato, perché in quel periodo come membro di May 19th Communist Organization ero responsabile della difesa legale e politica dei compagni e delle compagne cadute nella rete repressiva di COINTELPRO.
La liberazione di Assata è stata pianificata in coincidenza con una campagna nazionale diretta alle Nazioni Unite per il riconoscimento dei detenuti/detenute politiche all’interno degli Stati uniti. La campagna aveva come obiettivo la sconfitta dell’atteggiamento del governo americano che, da sempre, ha negato l’esistenza della repressione politica al suo interno e riduce ad atti criminali il dissenso e la resistenza a sinistra. Sottolineo “a sinistra” perché dopo l’assalto al Congresso del 6 gennaio, 2021, da parte del popolo MAGA si è vista la differenza con la quale il potere ha reagito di fronte a una destra eversiva.
Enorme è stato lo sforzo impiegato per assicurare che Assata potesse vivere e sopravvivere in clandestinità fino al momento nel 1984 quando ha raggiunto Cuba, l’unico luogo che poteva garantire la sua incolumità. Anche questa decisione non è stata semplice da concordare. Numerose sono state le persone che avrebbero voluto che Assata richiedesse asilo in uno dei paesi progressisti africani di quel periodo, il Mozambico, l’Angola e lo Zimbabwe. I tre sono stati seriamente considerati e visitati ed infine scartati perché le condizioni politiche in ognuna di quelle nazioni, ad esempio i continui attacchi terroristi da parte delle ex forze coloniali e da quelle a difesa del regime di apartheid del Sud Africa, non garantivano che, anche con le migliori intenzioni, la tutela di Assata potesse essere assicurata.
Se c’è un inizio a questa storia si trova nel caso delle 21 Pantere nere, arrestate a New York nell’aprile del 1969, accusati di associazione criminale e di aver pianificato azioni come la distruzione della Statua della Libertà. Facevano parte dei ventuno i futuri fondatori del Black Liberation Army e alcuni dei compagni più vicini ad Assata, come Sundiata Acoli e Zayd Malik Shakur catturati con lei durante la sparatoria del due maggio 1973 sull’autostrada che porta da New York verso Washington DC, colpevoli solo di quel reato molto americano driving while Black (guidare ed essere nero).
L’accusa contro i 21 faceva parte della strategia della guerra interna di quegli anni. L’obiettivo era la distruzione di qualsiasi forza progressista e rivoluzionaria esistente nel paese. Uscendo dalla guerra in Vietnam – quando il potere ha quasi perso il controllo delle forze armate e il dissenso ha raggiunto livelli non visti dai tempi della guerra civile e della lotta alla schiavitù – è stato semplicemente deciso di intraprendere una campagna politico-militare che colpisse ed eliminasse le forze progressiste per prevenire che in futuro si potesse ripetere la resistenza di quegli anni. Questo approccio è stato diretto in particolare verso il movimento di liberazione dei neri e il Partito delle pantere nere (Ppp). Ben il 90% delle azioni repressive intraprese dal Fbi durante questo conflitto sono state dirette contro il Ppp.
Come ben sappiamo ad ogni azione segue una reazione, e tra il 1971 e 1972 le forze politiche appartenenti all’ala rivoluzionaria del movimento di liberazione dei neri ha deciso di costruire una formazione clandestina, capace di tutelare le comunità afroamericane e di opporsi alla brutalità delle forze armate interne, cioè la polizia. In un certo senso questa decisione ha dato una risposta al dilemma posto al movimento di liberazione dei neri da Malcolm X nel lontano 1964: il voto o il proiettile. Questo è il progetto al quale ha aderito Assata, dopo una militanza nel Partito delle pantere nere nel settore della sanità pubblica.
Nella sua autobiografia Assata ha scritto:
“Personalmente è chiaro che nell’assenza di un componente veramente internazionalista, il nazionalismo è reazionario. Non vi è nessun aspetto rivoluzionario nel solo nazionalismo – Hitler e Mussolini erano nazionalisti. Ogni comunità impegnata nella lotta per la sua libertà deve anche prendersi carico della libertà degli altri. Una vittoria contro l’oppressione da parte di un popolo nel nostro mondo è una vittoria per la liberazione dei Neri. L’Imperialismo è un sistema internazionale basato sullo sfruttamento, e per sconfiggerlo, noi come rivoluzionari, dobbiamo adottare un approccio internazionalista.”
In preparazione per questo incontro ho riletto molti testi che raccontano quel periodo dal punto di vista di coloro che furono coinvolti in prima persona, e alcune delle tematiche emerse sono tuttora rilevanti.
Primo punto: il sostegno ad Assata non poteva essere scisso dal sostegno al movimento a cui apparteneva. La mobilitazione in solidarietà con Assata è stata estesa ma, a volte, problematica. Un esempio nel quale sono stata direttamente coinvolta è quello legato al movimento femminista e lesbico. La loro solidarietà è stata diretta solo verso Assata di fatto separandola dal suo movimento e dai suoi compagni di lotta. Inoltre, le stesse forze hanno imposto una lettura pacifista enfatizzando il fatto che Assata al momento della sua cattura aveva le braccia alzate, in poche parole non aveva attivamente preso parte allo scontro armato. Questa interpretazione era solo conveniente per coloro che non erano gli obiettivi della guerra interna. Inoltre, le conseguenze nefaste di questa posizione era di sollevarsi di ogni responsabilità di agire di conseguenza.
Secondo punto: molto si è giocato sulla questione della colpevolezza o innocenza di Assata. Questione assolutamente irrilevante nel contesto della guerra interna allora in corso. Se la questione dell’innocenza o colpevolezza delle detenute e detenuti politici fosse diventata determinante nello stabilire a chi sarebbe stata estesa la nostra solidarietà, pochi l’avrebbero ottenuta. L’esistenza del dibattito è una dimostrazione significativa delle due realtà all’interno degli Stati uniti, da un lato un popolo privilegiato basato sul colonialismo degli altri: quella vissuta dai bianchi basata sul sistema della supremazia bianca, e quella subita dalle popolazioni colonizzate che tuttora vivono in condizioni neocoloniali.
Anche nel movimento queste due realtà hanno creato percezioni, analisi e interpretazioni contrastanti, con conseguenze devastanti per la creazione di quelle alleanze antiimperialiste necessarie per portare avanti una lotta contro il capitalismo targato usa.
Chiudo con una frase spesso detta da Assata:
È nostro dovere lottare per la nostra libertà, è nostro dovere vincere.
https://youtu.be/AMCPvl2yQdM?si=RvAx8OC0FTdD0Mnm