È ormai tendenza consolidata in tutto l’Occidente uno spostamento a destra del quadro politico e della società. Questo spostamento a destra, in Europa, vede il crescente attivismo sul territorio di gruppuscoli dichiaratamente neofascisti, ma soprattutto il crescente consenso elettorale di formazioni politiche che, pur professandosi democratiche, hanno le proprie radici in quella tradizione e ne ripropongono alcuni caratteristici motivi: ritorno allo Stato-Nazione, conservatorismo sociale, securitarismo, rifiuto del diverso, etc. All’interno di questa destra vanno annoverate anche formazioni ‘post-ideologiche’ che, pur estranee a quella tradizione, convergono nei contenuti, quali la Lega fu bossiana (con il regionalismo al posto del nazionalismo) o il Reform UK di Farage. In Europa i partiti ‘sovranisti’, come amano definirsi, sono divisi in tre distinti gruppi parlamentari, dal più collaborativo con la Commissione a quello meno. Questi partiti costituiscono comunque oggi la principale forza di opposizione al blocco di potere centrista (socialisti e popolari) che governa ininterrottamente la UE dalla sua nascita.
Le questioni sono due: 1) da dove nasce questo consenso; 2) che fare (o non fare).
Il contesto
Con la fine della seconda guerra mondiale l’Europa occidentale ha visto per decenni il prevalere del modello socialdemocratico: economia mista stato-mercato e welfare state. Questo modello non era solo nel programma delle sinistre ma condiviso anche dai centristi (per esempio la DC italiana e la CDU tedesca) e, nel Regno Unito, perfino dai conservatori pre-Thatcher. Il cambio di paradigma è avvenuto a partire dagli anni ’80: privatizzazioni, deregulation del mercato del lavoro, delocalizzazione industriale, smantellamento del welfare. Questa svolta neoliberista è stata la grande controffensiva rispetto al potente ciclo di lotte operaie e sociali dei precedenti decenni. Ha consentito alle grandi imprese e alle multinazionali di moltiplicare i propri profitti ma ha anche portato ad un progressivo peggioramento delle condizioni di vita delle classi popolari, cancellando appunto decenni di conquiste del lavoro e di riforme sociali.
È importante osservare che questo cambio di paradigma si è prodotto non a dispetto dalla sinistra e con la sua opposizione ma da lei assecondato o addirittura promosso, effetto di una mutazione genetica che l’ha portata a mettere da parte la questione sociale e a scimmiottare i liberal americani con il mantra dei cosiddetti diritti civili.
Centro e sinistra di governo sono stati per decenni alternativi tra loro nella narrazione e nelle sfumature. Nella realtà, qualunque fosse il colore del partito al governo, il risultato era sempre lo stesso. Finché questo risultato era l’Europa del welfare, l’impossibilità di un’alternativa a dispetto del supposto pluripartitismo delle nostre “democrazie liberali” non si è posta come problema. Le cose sono cambiate quando il modello socio-economico bipartisan è diventato il neoliberismo e se ne sono viste le ricadute. A questo punto fette importanti dell’elettorato hanno abbandonato i partiti tradizionali e cercato un nuovo referente politico che fosse “diverso” e andasse contro le politiche di austerità. Questo il contesto in cui la destra ha ripreso vigore dopo decenni di marginalità.
In teoria anche la sinistra di opposizione avrebbe potuto intercettare parte del consenso in uscita dai partiti tradizionali, ma il sostegno alla sinistra di governo (Italia e Spagna) o il farsi essa stessa promotrice dell’austerità (Grecia) le hanno tolto ogni credibilità.
Sebbene il successo della destra sovranista sia dovuto al malessere causato dal neoliberismo, le sue ricette non mettono in discussione il neoliberismo in quanto tale ma solo alcuni aspetti, in particolare globalizzazione e parità di bilancio. Ciò è coerente con la base sociale di riferimento di questi partiti, la piccola e media borghesia non attrezzate a competere sui mercati globali, alle quali si è aggiunta la classe operaia impaurita dalla coabitazione e dalla competizione nel lavoro con gli immigrati.
È importante osservare che, nei rari casi in cui questa destra è/è stata al governo (Italia, Olanda e Austria), le politiche economiche e sociali effettivamente messe in atto sono in continuità con quelle dei governi precedenti. Si ripropone, dunque, anche in questo caso, il tema della indistiguibilità tra governi di un colore o dell’altro: chiunque vada al governo si muove all’interno di un perimetro deciso da altri. Oggi va di moda parlare di deep state, in altri tempi si sarebbe piuttosto parlato di “comitato d’affari” della classe dominante, locale e oltreoceano, quella che, come si suol dire, dà le carte.
Che fare
A fronte della crescita di questa destra, il centro e la sinistra, sia di governo che di opposizione, agitano lo spettro di un ritorno agli anni ’20 e invocano l’unità dei democratici e degli antifascisti per impedirle di andare al governo. A sostegno di questo si evoca anche il trito topos storiografico secondo cui la linea politica del cosiddetto socialfascismo, formalizzata dal Comintern nel 1928 e caratterizzata dal rifiuto di alleanze con altri partiti in funzione antifascista, avrebbe avuto un ruolo decisivo nel facilitare l’avvento al potere di questi ultimi. Che questa strategia sia stata un errore, riconosciuto come tale dagli stessi comunisti, sarebbe confermato, sempre secondo questo topos storiografico, dal successivo cambio di linea dal 1935 in poi in favore del frontismo con i riformisti e dell’alleanza tattica con i partiti borghesi democratici.
A partire da queste premesse i vari partiti della sinistra cosiddetta radicale, posti davanti al dilemma se dare la priorità alla lotta contro il blocco di potere centrista oppure fermare l’ascesa della destra sovranista anche a costo di portare acqua al mulino di quest’ultimo, scelgono invariabilmente la seconda opzione.
In Francia alle elezioni legislative dell’anno scorso Mélenchon, in nome dell’antifascismo, si coalizza con la sinistra “europeista”, ovvero neoliberista, nel Nuovo Fronte Popolare, il quale a sua volta, al secondo turno, in assenza di propri candidati, invita i propri elettori a far convergere i voti sui candidati di Macron, con il risultato di “resuscitare” quest’ultimo e ridare legittimità alla sua presidenza.
Il 6 maggio di quest’anno in Germania la nuova maggioranza CDU-SPD non raccoglie alla prima votazione i voti necessari per varare il nuovo governo – uno smacco mai prima verificatosi che avrebbe potuto fare di Merz, come si suol dire, un’anatra zoppa. Per non dare il tempo che l’incidente divenga un caso politico, CDU e SPD chiedono che si rivoti immediatamente in deroga alle procedure. Per farlo è necessaria una maggioranza qualificata, ovvero il voto favorevole anche dell’opposizione o di una sua parte. AfD è contraria. La Linke giunge in aiuto a CDU e SPD.
In Italia la Repubblica della famiglia Elkann avvia una campagna mediatica a sostegno del “progetto europeo” che culmina in una grande, nelle intenzioni, manifestazione nazionale contro una supposta “internazionale nera” composta dai partiti sovranisti e capitanata da Putin e Trump. L’obiettivo politico della campagna è creare consenso attorno al blocco di potere che governa la UE e che sta varando il piano di riarmo (affare che coinvolge direttamente la Iveco Defence degli Elkann). AVS si accoda, con la bandiera della pace.
In tutti questi casi la sinistra radicale, in nome dell’emergenza democratica e dell’antifascismo, ha fatto scelte che vanno nella direzione opposta rispetto all’obiettivo di liquidare il neoliberismo e le élite politiche che ne sono state interpreti.
È vero che c’è un’emergenza democratica in Europa ma la minaccia finora non è venuta dalla destra sovranista, bensì da quei partiti con i quali ci si dovrebbe accordare per contrastarla e che comandano a Bruxelles. La prima grande sospensione della democrazia, accompagnata da una campagna mediatica di terrorismo psicologico, avvenne infatti ai tempi della pandemia. Una simile situazione si ripropose con l’esplodere del conflitto in Ucraina: da un lato una campagna a reti unificate di disinformazione e criminalizzazione delle presunte quinte colonne “putiniane”, dall’altro ricatti economici ai danni dei paesi europei non allineati alla Commissione (Ungheria, Slovacchia e Serbia), annullamento delle elezioni dall’esito sgradito (Romania), pretestuosi procedimenti penali contro esponenti o partiti di opposizione (Romania, Francia e Germania). In ultimo sanzioni ai giornalisti occidentali che collaborano con testate russe. Tra gli attacchi alla libertà di espressione del proprio pensiero anche l’accusa di antisemitismo rivolta a chiunque critichi Israele, critica che in Italia si configura potenzialmente addirittura come reato penale ai sensi dell’art. 604 del C.P. (originariamente concepito per combattere la xenofobia) per il quale – specifica la sentenza 38423 della Suprema Corte di Cassazione – “non può essere invocato il diritto alla libera manifestazione del pensiero”.
Può darsi che una destra sovranista al governo d’Europa farebbe anche di peggio. Ma l’obiettivo di una forza anticapitalista dovrebbe essere quello di far esplodere le contraddizioni interne al sistema, non che le acque si calmino. Tantopiù che la modalità con cui i partiti di sistema pensano di calmare queste acque è quella di realizzare le stesse politiche antimigratorie della destra sovranista (UK, Germania).
Per ovvi motivi storici noi abbiamo un’allergia ai rigurgiti fascisti presenti nella destra sovranista. Per questi stessi motivi tendiamo invece ad avere un occhio di riguardo nei confronti della sinistra di governo: in fondo sempre sinistra è, proviene dalla tradizione del movimento operaio, parla di solidarietà ed equità sociale, forse non c’è alternativa e bisogna adeguarsi ai tempi, forse, appunto, gli altri farebbero peggio, etc. Questa è la narrazione che ha consentito al PDS-DS-PD, e ancora prima al PCI, di raccogliere i voti dell’elettorato comunista per fare politiche diametralmente opposte a quelle che questo elettorato chiedeva. Questa narrazione va respinta. Con il pretesto del pericolo berlusconiano il centronisinistra di Prodi vinse due volte le elezioni ma, una volta al governo, ha fatto il peggio che si poteva fare in termini di politiche economiche e sociali. Adesso la sinistra di governo, quella stessa che parlava della necessità di capire anche le ragioni dei cosiddetti “ragazzi di Salò” (Violante 1996), ci riprova con lo spauracchio del pericolo fascista. E qualcuno ci casca ancora.
Non è fuori luogo, a questo proposito, tornare sul tema cui abbiamo accennato all’inizio: fu davvero un errore la linea seguita nel cosiddetto terzo periodo di andare per la propria strada senza cercare alleanze tattiche con i socialdemocratici e i partiti borghesi?
Fascismo e nazismo nel primo dopoguerra andarono al potere grazie all’appoggio del grande Capitale, allarmato dall’ascesa dei partiti comunisti. I suoi tradizionali partiti di riferimento, elitari e privi di consenso tra le masse, non erano in grado di far da argine. Servivano partiti che continuassero a fare gli interessi del Capitale, ma nello stesso tempo sapessero “parlare” alle masse attraverso una retorica populista e antiborghese. Sia il fascismo che il nazismo rispondevano a questi requisiti.
Un’alleanza tattica dei comunisti con i riformisti ed i partiti borghesi, un frontismo “allargato”, sarebbe forse stato in grado di fermare l’ascesa dell’estrema destra ma ad una sola condizione, ovvero che questa alleanza si traducesse nell’avvio di una fase di pace sociale tale da privare il grande Capitale di motivazioni sufficienti per appoggiare l’estrema destra. In altre parole, in un momento nel quale, sull’onda dell’Ottobre rosso e con il capitalismo che si avviava alla sua più grave crisi sistemica (la grande depressione del 1929), la prospettiva rivoluzionaria era più attuale che mai, i comunisti avrebbero dovuto rinunciarvi, con il rischio, tra l’altro, che questa rinuncia costasse cara in termini di consenso e lasciasse campo libero tra le masse alla retorica pseudo-rivoluzionaria fascista.
La storia, come si suol dire, non si fa con i “se”. Ma non c’è bisogno di imbarcarsi in speculazioni al riguardo. La storia italiana successiva ci ha mostrato quali siano i risultati dell’alleanza con i partiti borghesi in chiave antifascista. In prima battuta viene in mente la rivoluzione interrotta o, secondo alcuni, addirittura ‘tradita’, nel ’45. Ma il caso più emblematico sono gli anni ’70. In quegli anni, dopo le riforme del centrosinistra, l’intensificazione del conflitto sociale nelle fabbriche e la contestazione studentesca, una parte del grande Capitale e del suo partito di riferimento, la DC, pensava che la situazione stesse sfuggendo di mano e che si rendesse necessaria una sospensione della democrazia, un golpe sul modello greco. Mutatis mutandis, si era dunque in una situazione simile a quella degli anni ’20. Un’altra parte del grande Capitale e della DC puntava invece ad una stabilizzazione pacifica della situazione con il coinvolgimento dei sindacati e del PCI. Le stragi di Stato dell’epoca servivano a convincere l’opinione pubblica della necessità di fermare, in un modo o nell’altro, il conflitto sociale.
In questo scenario, la strategia più ovvia per un partito comunista sarebbe stata quella di approfittare delle contraddizioni interne al sistema di potere democristiano e tentare di dargli una spallata, anche a costo di scatenare una seconda guerra civile. Nella narrazione del PCI dell’epoca, invece, la difesa dello status quo “democratico” era la priorità e il rischio di un golpe avrebbe potuto essere evitato solo con l’unità dell’allora “arco costituzionale” ovvero, in pratica, mediante l’alleanza con la DC, che poi si realizzò nel 1976 con il governo di solidarietà nazionale. A questo scopo il PCI si prestò a sostenere le politiche di austerità volute dal grande Capitale, recuperando la conflittualità operaia che era diventata la vera protagonista di un possibile rivolgimento rivoluzionario. Sempre all’interno di questa narrazione, i sindacati di base e la sinistra rivoluzionaria che si opponevano alla pacificazione sociale facevano il gioco dei fascisti. Non solo erano accusati di fare il gioco dei fascisti ma addirittura di essere fascisti loro stessi mascherati da comunisti.
Si racconta che la sconfitta del cosiddetto terrorismo, ovvero la repressione della sinistra rivoluzionaria attraverso leggi speciali e pratiche poliziesche “cilene”, sia avvenuta nel rispetto della Costituzione. Ed è vero che un colpo di stato vero e proprio non ci fu: la “svolta” governativa del PCI, in realtà fisiologico punto di arrivo del togliattismo, ne aveva fatto venir meno l’esigenza. Il PCI ha poi celebrato il mancato golpe fascista e la sconfitta della sinistra rivoluzionaria (gli “opposti estremismi”) come una propria vittoria. Il tempo però ha detto che gli anni ottanta hanno rappresentato una sconfitta epocale non solo per la sinistra rivoluzionaria ma anche per il movimento operaio e la sinistra nel suo insieme, sconfitta dalla quale non ci si è mai più risollevati. Il risultato finale è che diritti sociali conquistati in decenni di lotte sono stati progressivamente cancellati e che oggi in Italia governano gli eredi di quella destra per combattere la quale il PCI rinunciò alla lotta di classe alleandosi con la DC.
Se i frontismi con le forze borghesi “democratiche” e la politica delle due fasi (democrazia prima, socialismo poi) si sono sempre tradotti in sconfitte o arretramenti, non si può certo dare per scontato che avrebbero avuto esiti diversi negli anni ’20.
Nel più generale quadro europeo, l’ascesa della destra sarebbe impensabile se non all’interno di quel processo di revisionismo storico avviato dal blocco di potere di popolari e socialisti che comandano a Bruxelles e culminato nell’equiparazione tra nazismo e comunismo (Ris. P.E. 19 settembre 2019). Mettere sullo stesso piano una tradizione politica, quella nazifascista, fino ad allora al bando e tabù, e un’altra tradizione, quella comunista, ampiamente legittimata nella società e – ahimè – perfino costruttrice di questa Europa, è funzionale, oltre che a demonizzare la seconda, a “normalizzare” la prima. Tecnicamente è un’equiparazione. Di fatto è lo sdoganamento del nazifascismo, non più un mostruoso unicum nella storia dell’umanità, ma una tradizione politica tra le tante, sia pure “estremista”.
Paradossale, ai limiti del ridicolo, che i promotori di questo revisionismo storico, quegli stessi che hanno fatto della UE un regime semi-dittatoriale, invochino oggi la necessità di stringerci tutti intorno a loro in nome della difesa della democrazia e dell’antifascismo. Intorno a loro e Stepan Bandera.