
Il cambio di strategia statunitense nella gestione dell’impero, pur preannunciato, si sta realizzando con una rapidità e radicalità che costringe ad un riposizionamento non solo “i grandi”, gli altri attori internazionali, ma anche, nel suo piccolo, la composita sinistra anticapitalista nostrana. Vediamo il quadro generale per poi concentrarci su quest’ultima.
Gli USA, preso atto del fallimento del progetto di infliggere una “sconfitta strategica” alla Russia, vogliono ora non solo riappacificarsi con essa, ma addirittura “cooperare” in un partenariato strategico.[1] A questo scopo hanno archiviato la narrazione della guerra di civiltà tra mondo libero e autocrazie, smantellando i propri strumenti di soft power all’estero quali USAID e Voice of America. La guerra di valori contro le autocrazie è finita. Adesso si passa agli affari e, nel caso, alle guerre commerciali.
Le élite europee, che per tre anni hanno fatto leva su questa narrazione per giustificare il sempre più oneroso appoggio economico e militare all’Ucraina, sono rimaste spiazzate. Archiviarla ora per sposare la narrazione russa della guerra per procura, come hanno sostanzialmente fatto gli USA, avrebbe significato autodelegittimarsi come classe dirigente. Bisognava allora continuare ad agitare lo spettro dell’imperialismo russo anche a costo di remare contro il nuovo corso del padrone oltreoceano. Ed è così che, dopo settant’anni di vassallaggio, le élite europee scoprono l’importanza dell’autonomia militare e strategica dagli USA. Anzi, il riarmo si renderebbe ancora più necessario per fronteggiare non più un solo nemico, ma due.
La cifra di cui si parla (800 miliardi) è spropositata. Tanto per dare un’idea: ventitré volte la spesa per il reddito di cittadinanza per tutti gli anni della sua durata. Dopo decenni di tabù sul pareggio di bilancio, la UE riscopre Keynes. Gli investimenti previsti per le armi, oltre che rispondere alla necessità di far fronte alle supposte minacce esterne, rappresenterebbero un volano per la disastrata economia europea.
Questo nella narrazione a uso e consumo delle opinioni pubbliche interne. Nei fatti l’aumento della spesa militare, lungi dal rappresentare una sfida all’egemonia statunitense, risponde ad una precisa richiesta della nuova amministrazione, cui la UE si è piegata. Attualmente il 64% degli armamenti UE sono di produzione USA.[2] La UE, che si è data cinque anni di tempo, fino al 2030, per completare l’ammodernamento dell’arsenale, fantastica di un 65% di future armi prodotte in Europa, ma non esclude ‘collaborazioni’ con imprese extra-UE neppure limitatamente a questa percentuale.[3] E’ evidente che l’industria americana farà la parte del leone, e che non ci sarà nessuna autonomia militare, perché anche le armi prodotte/assemblate in Europa continueranno ad usare tecnologia e componenti USA.[4]
Il fatto che Elkann da un lato promuova dai suoi giornali manifestazioni contro Trump, dall’altro vada ad omaggiarlo promettendo ulteriori investimenti negli USA, così come la timidezza della UE nel prendere posizione sui piani statunitensi di annessione della Groenlandia (che fa parte di uno Stato membro) danno la dimensione della distanza tra la narrazione che si vuol far passare, di un’Europa in procinto di farsi grande potenza al pari delle altre, e la realtà di una continua sudditanza nei confronti degli Stati Uniti, sia pure nella temporanea difficoltà di prendere le misure del nuovo corso e adattarvisi.
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La narrazione della guerra di civiltà tra mondo libero ed autocrazie fu, però, fatta propria non solo dalle élite europee, ma anche dalla cosiddetta sinistra radicale nel parlamento europeo (GUE/NGL). Al suo interno c’è poi chi ha votato l’invio di armi all’Ucraina, addirittura lamentandone l’insufficienza,[5] e chi, bontà sua, si è limitato al sostegno politico e finanziario.
Se inviare armi agli ucraini andava bene, qualche dubbio GUE/NGL lo esprime ora sul piano di riarmo UE, cui ha votato contro. Una volta fatta propria la narrazione del nemico pronto ad invadere l’Europa che deve essere sconfitto prima di ogni trattativa, come recitano i testi delle risoluzioni votate per tre anni anche da GUE/NGL, non si capisce però come si possa poi evitare di arrivare alla logica conclusione che sia necessario armarsi.
Piuttosto che fare autocritica sulle posizioni tenute in passato alla luce degli sviluppi più recenti, la sinistra “radicale” europea riesuma l’antiamericanismo dei tempi andati, organico alla campagna antitrumpiana delle élite europee. Vedremo se la sua opposizione al riarmo si tradurrà in iniziative forti e concrete, di piazza, oppure si limiterà al minimo sindacale per spacciarsi come opposizione, come quella di Fratoianni ai tempi di Draghi. I primi segnali sembrano andare nella seconda direzione.[6]
Da tempo, in effetti, questi partiti, chi più chi meno, hanno abdicato ad ogni velleità anticapitalistica divenendo parte dell’establishment. Non sorprende, quindi, che si siano appiattiti sulla narrazione dominante. Più sorprendente che lo abbia fatto anche l’area che ruota intorno a Dinamopress e che si fregia di discendere da una tradizione anticapitalista e rivoluzionaria.
Apparentemente Dinamopress dà credito alla storia del piccolo paese, pacifico e indifeso, aggredito dal nuovo Hitler. Nella loro lettura dei fatti, il colpo di stato del 2014 sarebbe stato una spontanea “insurrezione popolare” contro la tirannide, e la guerra per procura in corso uno “scontro per l’autodeterminazione nazionale”, con la NATO nel ruolo di semplice comparsa.[7] In realtà Dinamopress sta con l’Ucraina non perché non sappia che dietro l’Ucraina ci siano (c’erano) gli USA, ma proprio per questo. Nella loro visione ci sono un capitalismo e un imperialismo, quelli delle amministrazioni democratiche USA, progressisti e “amici”, e un capitalismo e un imperialismo, quelli della Russia di Putin, brutti e fascisti. Di qui il sostegno all’Ucraina quasi nonostante l’Ucraina.[8] L’anticomunismo per legge? Non anticomunismo, ma semplice russofobia. La riabilitazione dei collaborazionisti? Da contestualizzare alla luce delle vessazioni che quei paesi subirono ad opera dei sovietici.[9]
Se si tratta di una scelta di campo fatta a priori, è logico che manchi l’interesse per una corretta ricostruzione di come si sia arrivati alla guerra e di chi ne sia la responsabilità e che, per comodità, ci si appiattisca sulla narrazione dominante. Un problema di logica, di coerenza rispetto alla propria rivendicata identità anticapitalista, lo pone, però, proprio questa scelta di campo: gli USA, qualunque sia il colore dell’amministrazione, rappresentano il paese imperialista e capitalista per eccellenza. Dinamopress però non è d’accordo con questo assunto ritenuto vetero-comunista. Loro sono andati oltre.
La fonte ultima di ispirazione sembrano essere le elucubrazioni dell’ultimo Negri sulle caratteristiche dell’“impero”. Nel suo libro dal titolo omonimo egli sosteneva, tra le altre cose, che gli USA non fossero più il “centro” del capitalismo mondiale, ormai transnazionale e globalizzato. Se non sono più il centro, non sono più neppure il “nemico principale”, ma, nel caso, un nemico tra i tanti, e forse neppure il peggiore.
Accanto al tema del Capitale decentralizzato questa area della sinistra ha fatto proprio anche quello della “intersezionalità”, proveniente dagli ambienti accademici statunitensi. Secondo questa teoria, l’identità di una persona non è data solo dal suo rapporto con i mezzi di produzione e dalla sua classe di appartenenza, ma anche dal suo genere, dalla sua etnia, dal suo orientamento sessuale, etc. A partire da questa ovvietà si sostiene che la questione sociale, l’oppressione di una classe sull’altra, sia solo una delle tante forme di oppressione/discriminazione da combattere, senza che se ne possa stabilire una gerarchia. Dinamopress ci spiega, per così dire, come questa teoria possa utilmente integrare il marxismo: “Intersezionalità dell’eterogeneo e struttura di classe […] sono due campi paralleli, due attributi della stessa sostanza”.[10] L’esito pratico è l’attribuzione di pari dignità a ogni lotta che abbia ad oggetto una qualche forma di discriminazione, con la conseguenza di relegare, nei fatti, la lotta di classe ad essere uno dei tanti articoli di una lunga lista della spesa che comprende tutte i possibili “diritti” negati.
Se gli USA non sono più il nemico strategico, l’autoritarismo e il conservatorismo sociale dell’attuale leadership russa ne fanno invece, a parità di capitalismo, la “bestia nera” di Dinamopress. Usare la democrazia formale e i “diritti” come criterio per decidere chi sono gli amici e chi i nemici fa di quest’area la versione “radicale”, con una riverniciatura post-marxista, della sinistra neoliberale, di cui condivide i contenuti, ma da cui si distacca dal punto di vista della radicalità con cui perseguirli.
Come era logico aspettarsi, il cambio di guardia a Washington ha rappresentato un trauma per quest’area politica. Mentre Biden sarebbe “il presidente più progressista” dell’ultimo mezzo secolo, la vittoria di Trump rischia “di impattare radicalmente il patto sociale e l’esperimento americano nella sua componente aspirazionale di società plurale e inclusiva”.[11] L’America di Biden diventa, insomma, una specie di paradiso perduto, e Bernie Sanders, l’utile idiota al servizio dell’apparato democratico, il nuovo Che Guevara.
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Gran parte della sinistra anticapitalista italiana si è invece schierata contro la NATO e la sua guerra in Ucraina: chi si è mantenuto equidistante supportando la diserzione da entrambi gli eserciti, chi invece non ha fatto distinzioni tra sconfitta della NATO e vittoria della Russia. Quest’altra parte della sinistra è rimasta molto meno negativamente traumatizzata dal cambio di guardia alla Casa Bianca. Circola l’idea che Trump, dal punto di vista della politica estera, sia ‘meglio’ di Biden. È così? In cosa esattamente?
Nel caso della guerra in Ucraina la nuova amministrazione sta facendo di necessità (la mancata vittoria strategica sulla Russia) virtù (la concordata spartizione delle risorse ucraine). Questo non nasce, ovviamente, dall’amore per la pace, ma dalla presa d’atto della propria parziale sconfitta. In Medio Oriente, dove non c’è una potenza paragonabile alla Russia in grado di fare da argine, Trump prosegue la politica di appoggio incondizionato ai sionisti del suo predecessore.
Rappresenta invece un segno di discontinuità la politica verso la NATO, che Trump considera un residuo della guerra fredda, e verso l’Europa, da cui vuole ridurre la propria presenza militare. Questo, però, non è un “liberi tutti”. Piuttosto, trovato un accordo con Mosca, non ci sono più minacce agli interessi statunitensi nell’area che richiedano l’attuale, oneroso, livello di impegno militare. L’egemonia USA è assicurata dalla dipendenza finanziaria, economica, tecnologica e culturale dell’Europa nei loro confronti.
Il cambio di strategia della nuova amministrazione e la sua attitudine platealmente imperiale nei confronti degli alleati hanno comunque portato ad una rottura degli equilibri che potrebbe avere sviluppi interessanti:
- sono state delegittimate le attuali élite politiche UE, anche se purtroppo solo la destra sovranista sembra in grado di poterne trarre vantaggio: troppo ambiguo l’“altro europeismo” di sinistra per farne da alternativa credibile;
- si stanno diffondendo sentimenti “indipendentisti” anche in settori dell’opinione pubblica tradizionalmente filo-americani, sia pure con il limite di non mettere in discussione l’imperialismo statunitense in quanto tale, ma solo la sua versione trumpiana.
C’è però chi non si limita a prendere atto di questi effetti collaterali del trumpismo, ma vede il lui il possibile co-costruttore, assieme ai BRICS, del nuovo ordine mondiale. Parliamo dell’area “multipolarista”, alla cui posizione abbiamo dedicato un articolo nel numero scorso della newsletter.
Questo trumpismo tattico fa leva sulla sua apparente volontà di trovare un modus vivendi pacifico con i propri competitor globali – meno con chi competitor non è. Può darsi che Trump sia davvero interessato a discutere di un ordine mondiale nel quale ogni grande potenza domini la propria zona di influenza senza che altri interferiscano, una specie di seconda Yalta, ma non si capisce perché questo dovrebbe interessare a chi si professa anticapitalista.
Rispetto a questo scenario, in ogni caso, l’attuale corsa globale al riarmo, che risponde alle necessità di un capitalismo drogato da decenni di finanziarizzazione dell’economia, rende più verosimile lo scenario di una moltiplicazione/intensificazione dei conflitti locali, se non addirittura, in prospettiva, di una terza guerra mondiale inter-imperialista. In particolare, il massiccio riarmo della Germania è un pessimo segnale di cui i governi dei paesi vicini non sembrano cogliere la gravità, almeno per il momento.
In presenza di un conflitto tra due o più blocchi di potenze imperialistiche la linea che la tradizione comunista ci indica non è fare il tifo per l’uno o per l’altro, demandando a loro di fare un’improbabile rivoluzione per noi, ma insinuarsi nelle contraddizioni che si creano all’interno dei blocchi e, ciascuno in casa propria ma nel quadro di un rinato internazionalismo, trasformare la guerra inter-imperialista in guerra di classe rivoluzionaria.
[1]https://www.bloomberg.com/news/articles/2025-03-18/russia-mulls-tough-demands-on-foreign-companies-eyeing-a-return?leadSource=uverify%20wall
[2]https://www.avvenire.it/attualita/pagine/armi-per-l-ue-affari-per-l-americagli-eserciti-eu
[3]https://www.ilsole24ore.com/art/nel-libro-bianco-ue-difesa-acquisto-armi-65percento-made-europe-AGnY2MdD?refresh_ce=1
[4]https://www.ilgiornale.it/news/politica/riarmo-macron-spiazza-aziende-italiane-2457076.html
[5] https://www.open.online/2024/09/28/carola-rackete-sinistra-ucraina
[6] https://www.yanisvaroufakis.eu/2025/03/22/goodbye-linke.
[7] https://www.dinamopress.it/news/guerra-in-ucraina-quale-futuro-per-la-memoria-europea
[8] Non c’è analogia con l’alleanza tattica dei curdi con gli USA: in Ucraina non si combatte per il socialismo.
[9] https://www.dinamopress.it/news/guerra-in-ucraina-quale-futuro-per-la-memoria-europea
[10] https://www.dinamopress.it/news/guerre-culturali-e-intersezionalita
[11] https://www.dinamopress.it/news/usa-oltre-il-bivio-trump-il-crepuscolo-della-repubblica/