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«Genocidio? sì, ma in Ucraina. In Palestina “autodifesa”»

Quando, nel febbraio di due anni fa, la Russia invase l’Ucraina, Bruxelles, ergendosi a paladina del diritto internazionale e agitando lo spettro di una catastrofe umanitaria, reagì con esemplare fermezza: l’invasore andava non solo condannato, ma anche fermato con le buone o le cattive; la massiccia fornitura di armi al governo ucraino, le sanzioni, un’intensa attività diplomatica a tutto campo per isolare la Russia e la richiesta di un pronunciamento dei due tribunali dell’Aja. Un anno e mezzo più tardi, quando Israele, in risposta all’attacco di Hamas e altre Organizzazioni della Resistenza palestinese, invaderà la striscia di Gaza provocando un altissimo numero di vittime civili, Bruxelles si dimostrerà però sorprendentemente timida anche solo nel chiedere un cessate il fuoco. Questa differenza di atteggiamento non è passata inosservata, facendo parlare di doppiopesismo: se Putin è un criminale da fermare e per questo sosteniamo l’Ucraina, perché Israele non viene neppure sanzionato, ma, al contrario, gli si continua a fornire armi?

Un esame più approfondito di questo doppiopesismo evidenzia la pretestuosità, ai limiti del ridicolo, della narrazione di Bruxelles nel suo complesso, non solo per quanto riguarda il conflitto israelo-palestinese, ma anche quello russo-ucrainoNato. C’è un tema in particolare, rispetto al quale ciò emerge con chiarezza: la questione genocidio.

Partiamo dall’Ucraina. Il 24 febbraio del 2022 la Russia invade l’Ucraina. Tre giorni dopo, il 27, l’Ucraina si rivolge alla Corte Penale Internazionale e alla Corte Internazionale di Giustizia chiedendo l’apertura di indagini. La CPI avvia un’indagine per “crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio”. A promuoverla anche numerosi altri Paesi, tra cui quelli europei,[1] che la finanziano.[2] Nel caso della CIG invece l’accusa è specificamente di genocidio, di cui sarebbe indizio «la deliberata uccisione o ferimento degli abitanti di etnia ucraina (members of the Ukranian nationality)».[3]

Frattanto il 1° marzo si riunisce il Parlamento europeo. Nella risoluzione non si accusa esplicitamente la Russia di “genocidio”, ma di «guerra mossa […] contro la popolazione ucraina». In seguito, a partire dalla risoluzione del 7 aprile, l’esplicita accusa di genocidio diventa una costante, prima come ipotesi, poi come fatto accertato: «le atrocità perpetrate dall’esercito russo e dai suoi emissari corrispondono alla definizione di genocidio contenuta nella convenzione delle Nazioni Unite del 1948» (Risoluzione dell’8 giugno 2022). Il 21 luglio la Lettonia e, a seguire, tutti gli altri membri della UE, si costituiscono “parte civile” anche presso la CIG.

L’accusa di genocidio prevede che si dimostri non solo che l’accusato abbia compiuto crimini di guerra, ma che questi siano stati motivati dall’«intento di cancellare, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso». Raramente si ha la fortuna di avere esplicite dichiarazioni in tal senso. Quindi ci si affida a una pluralità di indizi che cumulativamente diano il ragionevole sospetto che ci sia questo intento. Quali sono questi indizi nel caso dell’Ucraina?

Una sintesi recente la fornisce la risoluzione del 30 giugno 24 dell’OCSE, non organo UE ma comunque espressione della stessa linea atlantista: «l’intento genocida dell’aggressione russa si è manifestato nei crimini di guerra e nella violenza indiscriminata contro i civili ucraini, ma anche nella negazione e nella distorsione della storia, nei tentativi di cancellare la cultura ucraina e nel rapimento e nella deportazione di bambini ucraini».

In particolare, la deportazione e russificazione coatta di minori, costretti a rinunciare alla propria lingua, cultura e identità nazionale, sarebbe la pistola fumante del genocidio secondo una risoluzione dell’aprile 2023 dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa.[4]

Le dimensioni sarebbero imponenti. A fronte dei 250.000 bambini di cui parla l’Ucraina nel luglio del 2022,[5] si arriverebbe a un totale di quasi ventimila al marzo dell’anno successivo secondo le stime dello stesso governo ucraino.[6] Il totale, invece che aumentare rispetto al dato di partenza, si è ridotto di dodici volte.

L’accusa, che l’Ucraina aveva fatto circolare già da tempo, trova nuova linfa in seguito alla sentenza della CIP del 17 marzo 2023, cui fa espresso riferimento la risoluzione del PESC di cui sopra, che riconosce la Russia (nella persona del suo Presidente e una sua assistente) colpevole di «illegale trasferimento di popolazione (bambini)» dall’Ucraina alla Russia a partire dal 2014, l’illegalità essendo data dal fatto che questi ultimi provengono da un territorio, il Donbass, formalmente sottoposto alla giurisdizione ucraina, sebbene già da anni sotto il controllo delle milizie filo-russe.

Ora, questo territorio è abitato da russi o dove, in ogni caso, il russo è la prima lingua parlata e la cultura russa la cultura condivisa. La casistica di un genocidio nel quale un popolo viene costretto a parlare la lingua che già parla è destinata a restare un unicum nella storia dell’umanità. È la moglie stessa di Zelensky, involontariamente, ad ammettere che, da questo punto di vista, dall’Aja non viene in effetti un grande aiuto: «La Corte ha citato due casi sospetti [di bambini non russofoni sottoposti a ‘russificazione’], ma in realtà ce ne sono migliaia».[7]

Viene a mente che, nel corso delle seconda guerra mondiale, il governo inglese ordinò evacuazioni di bambini da Londra alle zone rurali o addirittura all’estero in Paesi amici. La cultura degli abitanti di città è diversa da quella degli abitanti delle campagne. Anche la lingua: a Londra si parla il cockney. E mentre i minori venivano evacuati, i genitori venivano lasciati in città, potenziali vittime delle bombe tedesche. Chiediamo al PESC se ci siano gli estremi per ipotizzare un intento genocida di Churchill ai danni della popolazione di Londra.

Oltre alla russificazione dei bambini, il genocidio che i russi starebbero compiendo contempla l’eliminazione fisica dei loro genitori, ovvero degli ucraini adulti. Ai russi vengono infatti addebitati «massicci attacchi deliberati [corsivo mio] missilistici e con droni […] che colpiscono principalmente [corsivo mio] obiettivi civili: ospedali, scuole, musei, asili nido, uffici postali, stazioni ferroviarie e della metropolitana, centri commerciali e centinaia di edifici residenziali» (risoluzione del 20 marzo 2024 dell’Assemblea parlamentare Euronest, forum del Parlamento europeo dedicato alle problematiche di allargamento dell’Unione ad Est).[8]

Noi eravamo abituati a pensare che, in una guerra, obiettivo di un esercito fosse per prima cosa sconfiggere l’esercito nemico. Bruxelles individua una casistica in grado di aprire un nuovo capitolo nella storia dell’arte militare, la casistica in cui non si combatte contro l’esercito nemico, ma «principalmente» contro i civili. Obiettivi militari sono secondari. A partire da questa ipotesi si arriva, inoltre, alla necessità di postulare una situazione sul campo che veda il numero di vittime civili sopravanzare quello dei militari.

Come è ovvio che sia, la situazione sul campo non conferma questa ipotesi. Il numero di vittime civili, dopo due anni e mezzo di genocidio, è sotto gli 11.000,[9] molto sotto quello dei soldati: la ratio è di uno a cinque sulla base delle stime ucraine, uno a quarantacinque di quelle russe.[10]

Le vittime civili a oggi, dopo due anni e mezzo di «genocidio», sono, dunque, circa 10.000, lo 0,025% della popolazione totale. Ma Bruxelles non ne parla da oggi. Ne parla da anni. Nella risoluzione del PE del 1° marzo 2022 l’intervento russo veniva già definito «una guerra mossa […] contro la popolazione ucraina» – non contro il governo o l’esercito. A quella data gli Stati membri della UE avevano già fatto richiesta presso la CPI di aprire un’indagine per «crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio» a carico della Russia. Sempre a quella data, fonte ONU, i morti sono 277,[11] lo 0,0006% della popolazione. Ci saranno pure stati bombardamenti a tappeto ma, se questo è il bilancio delle vittime, difficilmente si sarà trattato di «ospedali, scuole, musei, asili nido, uffici postali, stazioni ferroviarie e della metropolitana, centri commerciali e centinaia di edifici residenziali». Nel corso del marzo 2022 si registra invece il maggior numero di vittime di tutto il conflitto, poco sotto i quattromila.[12] Dopo questo picco i numeri calano rapidamente e dall’ottobre 2022 si assestano su una media mensile “a regime” inferiore a 219 fino al luglio di quest’anno.[13]

Il grosso problema della narrazione di Bruxelles è che non si accontenta di addebitare alla Russia crimini “minori” quali violare il diritto internazionale, distruggere infrastrutture, provocare vittime civili. Vuole che un qualche tribunale sancisca che la Russia sta davvero commettendo il “crimine dei crimini”, il genocidio, e che non si tratta solo di un’iperbole retorica. Allo scopo di accreditare quest’idea racconta una situazione sul campo che non solo fa a pugni con la realtà ma è anche inverosimile a livello di ipotesi astratta. La CIG finirà poi per archiviare l’accusa il 3 febbraio di quest’anno. Resta la CIP. Ma dal punto di vista mediatico anche la sola richiesta ufficiale che si apra un fascicolo per genocidio può essere fatta passare come una mezza condanna. Per questo anche tanta fretta. «Le accuse di genocidio non dovrebbero mai essere presentate a cuor leggero», tuoneranno i primi ministri di Austria e Repubblica Ceca quando la questione si riproporrà per Gaza.[14] Ma allora non si era ancora riproposta.

Arriviamo così alla Palestina. I fatti sono noti. Israele subisce un attacco da parte di Hamas e altre Organizzazioni della Resistenza palestinese, con obiettivi sia militari sia civili, che fa oltre un migliaio di morti. Morti per lo più da “fuoco amico” (come è ormai riconosciuto da fonti israeliane stesse)[15]. Vengono inoltre rapiti degli ostaggi da scambiare con palestinesi prigionieri nelle carceri israeliane. In risposta Israele invade la striscia di Gaza bombardandone i centri abitati. Il numero di vittime e la crisi umanitaria suscitano indignazione nel mondo e una parte dell’opinione pubblica già inizia a parlare di genocidio. Il Sudafrica ne formalizzerà l’accusa il 29 dicembre presso la CIG.

Come si posiziona Bruxelles? Il 17 ottobre esce la prima risoluzione dedicata al conflitto israelo-palestinese. Le notizie che provenivano da Gaza non potevano essere ignorate. Il PE invita dunque Israele al «rispetto del diritto umanitario», spingendosi a chiedere «un’indagine indipendente […] per stabilire se [l’attacco a un ospedale] si sia trattato di un attacco deliberato, e quindi di un crimine di guerra». La premessa però è che il PE «esprime il suo sostegno allo Stato di Israele e al suo popolo; ribadisce che l’organizzazione terroristica Hamas deve essere eliminata». L’eliminazione di Hamas è lo scopo dichiarato dell’invasione; dunque, il PE condivide, al netto delle preoccupazioni umanitarie, la strategia di guerra israeliana.

Il 12 dicembre l’Onu adotta una risoluzione che chiede il cessate il fuoco immediato. Germania, Italia, Regno Unito e Olanda si astengono. Austria e Repubblica Ceca votano contro. Il messaggio che l’Europa manda a Israele è dunque: avanti con la guerra.

Viste le premesse, non sorprende che Bruxelles, per bocca del portavoce della Commissione Esteri Peter Spano, si chiami fuori dalla causa del Sudafrica: «L’Unione europea non fa parte di questa causa. Non spetta a noi commentare».[16]

Se la linea di Bruxelles è improntata al “meno si dice, meglio è’” i rappresentanti di singoli Paesi membri sono meno diplomatici. Secondo il vice primo ministro tedesco Habeck, «si può criticare l’esercito israeliano per un’azione troppo dura […], ma questo non è un genocidio. Chi vuole un genocidio è Hamas». Secondo Szijjártó, ministro degli Esteri ungherese, «accusare di genocidio un Paese che ha subito un attacco terroristico è ovviamente un’assurdità». Secondo primi ministri di Austria e Repubblica ceca, «Israele è una democrazia che ha diritto a difendersi». Da segnalare la posizione anomala di Spagna e Irlanda, che invece sottoscrivono la causa del Sudafrica.

La seconda risoluzione dedicata al conflitto israelo-palestinese è del 18 gennaio 2024. In essa il PE, ricorda a Israele di rispettare la distinzione tra civili e combattenti, ma «deplora l’abuso da parte di Hamas […] l’uso di scudi umani». Chiede un cessate il fuoco, ma solo «a condizione che tutti gli ostaggi siano rilasciati immediatamente e senza condizioni». Ovvero, Israele può andare avanti a oltranza e le vittime sono colpa di Hamas.

Queste le parole. Vediamo la situazione sul campo. Qui le vittime civili sono oltre quarantamila,[17] quattro volte quelle che si contano in Ucraina. I russi, però, a fare le loro 10.000 vittime ci hanno messo due anni e mezzo, con una media mensile di circa 350. La media mensile israeliana è di circa 4.000. Secondo l’autorevole rivista scientifica britannica Lancet, però, la stima di quarantamila morti considera solo una parte delle vittime della guerra. Anche i morti dovuti al blocco, imposto da Israele, delle forniture di elettricità, carburante, cibo e acqua andrebbero inclusi nel totale, che così salirebbe a circa 185.000. Quello che colpisce è la percentuale: il 7,9% della popolazione. Lo 0,0006% ucraino era stato sufficiente a Bruxelles per gridare al genocidio. Il 7,9% palestinese non lo configura, o non lo configura ancora.

Né lo configura il fatto che il numero di vittime civili non solo sia alto, altissimo, ma anche di gran lunga superiore a quelle militari, ovvero dei miliziani della Resistenza. Oltre il 70% sono infatti donne e bambini.[18]

La casistica di una guerra condotta non contro soldati, ma “principalmente” contro civili, l’avevamo incrociata sopra e liquidata come inverosimile già a livello di ipotesi astratta. Questo perché consideravamo lo scenario di una guerra simmetrica tra Paesi con propri eserciti regolari. Hamas e gli altri gruppi della Resistenza palestinese non hanno un loro esercito regolare. Come il PE stesso ci ricorda, Hamas è un’“organizzazione terroristica”. A un attentato terroristico si dovrebbe rispondere attraverso gli strumenti dell’intelligence e gli omicidi mirati. Israele lo fa, ma solo a scoppio ritardato. Optare per l’assedio di Gaza rispondeva a una sola logica: che la priorità non fosse decapitare Hamas, ma “punire” la popolazione facendo più vittime possibili. Ovvero esattamente quello che Bruxelles attribuiva ridicolmente ai russi e citava come prova di intento genocida.

Fin qui la situazione-tipo che abbiamo incontrato è che i presunti indizi di genocidio che Bruxelles diceva presenti in Ucraina si ripresentano all’ennesima potenza in Palestina, ma qui non valgono. Nel caso della presunta “russificazione” in massa di minori ucraini siamo invece nella situazione opposta. Israele non sta perseguendo politiche di “israelizzazione” di bambini palestinesi comparabili a quelle attribuite ai russi in Ucraina. Non tenta di cancellarne l’identità. Segno di rispetto e di riguardo? L’ipotesi più plausibile è, piuttosto, che i bambini palestinesi non siano, in parole povere, della “razza giusta”. Invece che israelizzarli, Israele gli rende la vita impossibile, non solo metaforicamente: li elimina. Fessi i russi che, per il loro genocidio in Ucraina, non ci hanno pensato.

Si è detto sopra che il genocidio viene solitamente provato sulla base indiziaria. La prova diretta sarebbe l’esplicita dichiarazione del presunto genocida di voler cancellare un popolo, che raramente si ha. La fortuna ci assiste nel caso di Israele. Secondo il ministro Smotrich «potrebbe essere giustificato e morale lasciar morire di fame l’intera popolazione di Gaza». Secondo Gwir la gente di Gaza dovrebbe essere deportata per far posto a coloni, e non si tratterebbe di genocidio, perché un «popolo palestinese non esiste neppure»: è un costrutto ideologico. Ma neanche queste prove dirette di intento genocida consentono di parlare di genocidio: è solo l’opinione di due ministri del governo, non la posizione del governo in quanto tale.

Si direbbe che, nel caso di Israele, il genocidio non è ‘“genocidio” a prescindere. Su che base? Perché Israele è stato attaccato e sta esercitando il suo legittimo diritto all’autodifesa. La premessa sembra essere che autodifesa e genocidio si escludano a vicenda: se c’è la prima non c’è il secondo, e viceversa. Nel caso dei russi, non c’era offesa da cui difendersi – l’invasione era “ingiustificata” e “non provocata”, quindi, essendo guerra offensiva, si poteva ipotizzare un intento genocida. Nel caso di Israele, essendo stato attaccato per primo, è difesa, e se lo scopo è la difesa, non è genocidio a prescindere dai numeri. Sì, certo, si invoca “proporzionalità”. Ma se la valutazione di questa proporzionalità oltre la quale non è più legittima difesa è sganciata dai numeri, ognuno le dà i confini che vuole.

La verità è che Israele è uscito dal perimetro della legittima difesa nel momento stesso in cui ha deciso di rispondere a quello che lui per primo ha definito attacco terroristico scatenando una guerra con bombardamenti e assedi di città. I francesi, al tempo della guerra di Algeri, non bombardarono la Casbah: fessi loro o genocida Israele?

Tra gli alibi che l’Occidente concede a Israele c’è il suo essere l’unica democrazia di tipo occidentale in quella parte del mondo. Questo gli darebbe ulteriori “crediti” che si aggiungono a quelli già guadagnati dall’essere stati attaccati per primi, spendibili per ritagliarsi un margine ancor più ampio di impunità. E poi c’è l’asso pigliatutto della cosiddetta Shoa: con che coraggio si può accusare di genocidio il popolo vittima del genocidio dei genocidi?

La forza persuasiva di questi argomenti poggia sulla suggestione esercitata dalle parole “democrazia” e “olocausto”. Ma non c’è rapporto di causa ed effetto tra la premessa e la conclusione. La logica anzi porterebbe alle conclusioni diametralmente opposte da quelle volute.

Poniamo che abbiamo due casi di genocidio, una di cui è responsabile un’autocrazia, l’altra una democrazia. In un’autocrazia è frutto della decisione di un singolo, il Putin della situazione, in democrazia è scelta condivisa di un governo liberamente eletto ed espressione della volontà popolare, il governo Netanyahu. Perché questa dovrebbe essere un’attenuante? Nella democrazia israeliana c’erano tutti i pesi e contrappesi sufficienti per fermare Netanyahu, ma non è stato fermato. Il fatto che Israele sia una democrazia può valere come attenuante per Netanyahu come singolo, ma è un’aggravante per Israele come Stato e come popolo. Lo stesso ragionamento si può fare a proposito della Shoa. Chi ha vissuto sulla propria pelle un genocidio ne conosce meglio di chiunque l’orrore. Se lo compie a sua volta, lo fa essendo pienamente consapevole della gravità di quello che fa. Neppure la Shoa è un’attenuante, bensì un’aggravante.

 

***

 

Preso il conflitto russo-ucraino a sé stante, uno avrebbe anche potuto interpretare lo scarto tra l’isterica reazione occidentale e le reali dimensioni della cosa come un eccesso di zelo nella difesa del diritto internazionale ed umanitario. Allo stesso modo, preso il conflitto israelo-palestinese a sé stante, uno avrebbe anche potuto interpretare lo scarto tra la cauta reazione occidentale e le reali dimensioni della cosa come frutto di un approccio “rilassato” rispetto al diritto internazionale e umanitario. Questo se i due conflitti non si fossero presentati a distanza tanto ravvicinata. Il confronto tra le due reazioni rende impietosamente chiaro quanto la narrazione occidentale sia incoerente e pretestuosa.

Il cinismo che si nasconde dietro la retorica occidentale della difesa dei diritti umani trova la sua miglior espressione nella risposta che, nel lontano 1996, l’allora Segretario di Stato USA, Madeleine Albright, diede a un giornalista che le chiedeva conto del mezzo milione di bambini iracheni morti a causa dell’embargo: «È una scelta difficile ma pensiamo fosse un prezzo da pagare» pur di raggiungere l’obiettivo di un regime-change, ovvero di mettere le mani sul petrolio iracheno.

Sì, in un certo senso abbiamo scoperto l’acqua calda. Ma dubito che qualcuno sospettasse tutta la sciatteria che emerge dall’esame degli argomenti e dal confronto con i dati. La propaganda è propaganda, ma può essere più o meno credibile. La campagna contro le cosiddette fake news, ovvero contro il dissenso, è a mio avviso sintomo di quanto loro stessi siano consapevoli che la loro narrazione sta in piedi solo in assenza di contraddittorio.

L’articolo prende in esame la questione genocidio perché Bruxelles per prima ne aveva fatto una bandiera nel quadro della sua “campagna di Russia” mediatica. Dover poi giocare a nascondino quando un genocidio si presenta per davvero è una specie di contrappasso dantesco. Giusto pretendere che anche l’Europa lo chiami così. Ma attenzione a non ridurre la questione palestinese a una faccenda di pietà umana e punizione del carnefice.

Il genocidio e la catastrofe umanitaria in corso a Gaza suscitano indignazione, ma la questione palestinese è politica e va posta come tale. Gli USA si libereranno presto del cavallo impazzito Netanyahu, perfetto nel ruolo di capro espiatorio, le opinioni pubbliche occidentali riceveranno il loro contentino e Israele continuerà a fare da avamposto dell’Occidente in quello scacchiere, quello del petrolio, e tallone di ferro dell’imperialismo sulle aspirazioni di libertà e autodeterminazione dei popoli oppressi. Salvo che la variante imprevista, la forza che il popolo palestinese sta dimostrando, non consegua infine una vittoria. Una vittoria di portata universale.

[1] https://www.icc-cpi.int/situations/ukraine.

[2] Come dichiara Il 3 maggio 2022 il sottosegretario Della Vedova in una audizione presso la Commissione Esteri del Senato.

[3] https://www.icj-cij.org/case/182.

[4] https://www.coe.int/it/web/portal/-/il-trasferimento-forzato-e-la-russificazione-di-minori-ucraini-mostrano-prove-di-genocidio-dichiara-l-apce).

[5] https://www.nytimes.com/live/2022/07/08/world/russia-ukraine-war-news#the-us-identified-18-russian-filtration-camps-for-ukrainians-a-diplomat-says

[6] https://www.coe.int/it/web/portal/-/il-trasferimento-forzato-e-la-russificazione-di-minori-ucraini-mostrano-prove-di-genocidio-dichiara-l-apce).a

[7] https://www.coe.int/it/web/portal/-/il-trasferimento-forzato-e-la-russificazione-di-minori-ucraini-mostrano-prove-di-genocidio-dichiara-l-apce).

[8] https://op.europa.eu/it/publication-detail/-/publication/1e9c492e-2dd4-11ef-a61b-01aa75ed71a1/language-it.

[9] https://www.trt.net.tr/italiano/mondo/2024/03/09/onu-rileva-il-numero-delle-vittime-civili-nella-guerra-russia-ucraina-2113017.

[10] https://en.wikipedia.org/wiki/Casualties_of_the_Russo-Ukrainian_War.

[11] https://www.ohchr.org/en/statements/2022/03/ukraine-high-commissioner-cites-new-and-dangerous-threats-human-rights.

[12] https://www.statista.com/statistics/1318455/ukraine-war-casualties-monthly/.

[13]https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2024/08/10/ucraina-onu-luglio-mese-piu-letale-uccisi-219-civili_610cd848-fce0-47ee-acde-652d912d1e90.html.

[14] https://it.euronews.com/my-europe/2024/01/12/la-posizione-dellue-sullaccusa-di-genocidio-a-israele.

[15] https://www.haaretz.com/israel-news/2024-07-07/ty-article-magazine/.premium/idf-ordered-hannibal-directive-on-october-7-to-prevent-hamas-taking-soldiers-captive/00000190-89a2-d776-a3b1-fdbe45520000.

[16] https://it.euronews.com/my-europe/2024/01/12/la-posizione-dellue-sullaccusa-di-genocidio-a-israele.

[17] https://timesofindia.indiatimes.com/world/middle-east/israel-gaza-war-live-israel-airstrikes-gaza-death-toll-idf-operations-news-latest-update/liveblog/112724854.cms.

[18] https://www.aljazeera.com/news/2024/4/23/by-the-numbers-200-days-of-israels-war-on-gaza



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