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Wilma Monaco

28 ottobre 1958 – 21 febbraio 1986 (via della Farnesina)

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Alla metà degli anni Ottanta i rifugiati politici italiani a Parigi sono qualche centinaio. C’è chi va in esilio per evitare il carcere e cambiare vita, chi cerca un po’ di respiro per riorganizzarsi. Wilma arriva a Parigi nel 1985, con un documento falso, ricercata dopo l’arresto dell’ex marito Gianni Pelosi. Potrebbe smettere, come tanti. Invece è convinta che il comunismo sia possibile e necessario. Viene accolta dai compagni della Seconda posizione. Qualcuno è stato militante delle Brigate Rosse, altri sono appena arrivati. La divisione nell’organizzazione si è consumata l’anno prima. Gli arresti, i pentiti, sono stati un duro colpo, certo, ma ci sono errori politici, affermano i compagni. Bisogna riprendere la linea giusta e proseguire. La guerra civile di lunga durata non può essere valida nei paesi a capitalismo avanzato, dicono. Qui la rivoluzione deve assumere la forma di un’insurrezione armata contro lo stato borghese, per la conquista del potere. Ridefinire la linea. Riorganizzare. Costituire il partito. Questi sono i compiti. Alcuni giovani si avvicinano alla proposta. Fanno la spola fra Roma e Parigi. Contribuiscono a diffondere le tesi. In continuità e rottura con l’esperienza precedente. Mentre le BR-PCC proseguono con saltuarie azioni sui temi centrali dello scontro. Lavoro, scala mobile. L’impegno politico fa parte della vita di Wilma dai tempi della scuola. Dalla fine degli anni Settanta partecipa all’attività di piccoli gruppi che gravitano intorno alle Brigate Rosse ed effettuano azioni illegali sui temi della casa, del lavoro. Ma fa anche attività legale a Primavalle, la ex borgata romana in cui si è trasferita dopo l’infanzia trascorsa in una famiglia sottoproletaria nel popolare rione di Testaccio. Si diploma al liceo linguistico, poi va con il padre a fare pulizie nelle sale cinematografiche, in seguito trova un impiego precario in un grande magazzino di vendita all’ingrosso. Giovanissima sposa Gianni. Nel 1983, in un coordinamento nato nell’area semilegale di appoggio alla lotta armata, conosce un gruppo di compagni che si sono allontanati l’anno prima dalle Brigate Rosse per divergenze nel dibattito sulla ritirata strategica. Ritengono prioritaria una riflessione sulla sconfitta, un lavoro per la ridefinizione generale di un impianto e di una linea politica. La discussione la convince. Il periodo è difficile. La crisi politica produce battaglie, divisioni. Molti hanno abbandonato la militanza. Dilagano i pentiti, i dissociati. C’è chi rinnega il passato, vende i propri compagni in cambio di briciole di salvezza individuale. Le Brigate rosse vacillano nel terremoto di arresti. Sono gli anni del craxismo trionfante. La sconfitta ha travolto la sinistra. Dalle rappresentanze storiche alle nuove esperienze rivoluzionarie del post Sessantotto. Wilma cerca strade per superare il disorientamento. L’intervento di massa la vede sempre in prima fila. È nelle battaglie del movimento contro la guerra, nelle lotte operaie. Con i Consigli di fabbrica autoconvocati per la difesa della scala mobile, tagliata con un decreto legge di Craxi il 14 febbraio 1984. La mattina è spesso davanti al collocamento a distribuire volantini con un coordinamento di precari in lotta per l’assunzione. Intreccia l’attività clandestina con quella legale. Eppure non rinuncia a momenti di normalità. L’amore, gli affetti familiari, i piaceri della vita quotidiana, la passione per la Roma. Non perde l’occasione, anche in una situazione così difficile, per portare il fratello più piccolo allo stadio.  Nell’ottobre del 1985 è tra i militanti che danno vita a una nuova organizzazione, l’Unione dei Comunisti Combattenti, che intende basarsi sull’esperienza delle BR e sul marxismo leninismo, per giungere a una teoria e una pratica rivoluzionarie adeguate alla situazione. La prima azione è programmata per il 21 febbraio 1986 a Roma. Il ferimento di Antonio Da Empoli, neodirettore del Dipartimento degli Affari economici e sociali della presidenza del Consiglio, collaboratore diretto di Bettino Craxi. Un incarico importante ma nell’ombra. Nel gruppo di fuoco ci sono due uomini e due donne. Roberta e Paola, militanti clandestine di un’organizzazione armata. Nomi di battaglia di Wilma e Geraldina. Fra loro c’è una complicità femminile rafforzata dalle comuni scelte totali. Discutono anche del contributo delle donne nelle organizzazioni clandestine, cercano di individuare una specificità di genere. Nulla a che fare con la parità, data per scontata. Né con il femminismo, considerato una battaglia di retroguardia. Quella mattina si sono scambiate un braccialetto e un anello. Infilano la parrucca. Wilma mette il giubbotto antiproiettile sotto il giaccone. Nel borsone un mitra, una pistola e il ciclostilato. Una stella a cinque punte come simbolo. Manifesto e tesi di fondazione dell’Unione dei Comunisti Combattenti. Attraversano Roma in Vespa. Wilma guida sicura nel traffico cittadino. I quattro si appostano vicino all’edicola dove Da Empoli si ferma ogni giorno mentre va a Palazzo Chigi. Sono le nove. La zona è tranquilla ed elegante. L’economista ripete i gesti consueti. Torna verso la macchina con i giornali in mano. Qualcuno lo chiama. Si volta, due colpi lo raggiungono. Viene ferito in modo non grave a una mano e a una gamba. La reazione è immediata. Organizzando l’azione nessuno si è accorto che l’autista è un poliziotto, con compiti di scorta. Si catapulta in strada facendo fuoco. Paola colpisce l’auto. Roberta avanza, spara tre colpi con la pistola per coprire la fuga dei compagni. La mitraglietta rimane nella borsa. Cerca di andare verso la Vespa. Pochi metri, le gambe perdono forza. Crolla a terra, ferita nonostante il giubbotto antiproiettile. Muore dissanguata, con una guancia poggiata sul marciapiede. Il corpo rimane per ore sull’asfalto di via della Farnesina, dove presto compare un tragico alfabeto. Come in un’agghiacciante partita di Scarabeo i cartellini della polizia scientifica mettono in fila i tasselli dell’orrore. La lettera A è il corpo di Wilma. B, C, D… bossoli, macchie, schegge… H, una pistola calibro 38. L’arma con cui ha sparato prima di essere colpita.
Vogliono ricordarla i suoi compagni dell’Unione dei Comunisti Combattenti. Nel volantino di rivendicazione ne ripercorrono la vita. Gioiscano pure le classi dominanti di questa morte, essa non fa che rinforzare la nostra volontà di lotta e le nostre convinzioni: il ricordo e l’esempio di Wilma Monaco «Roberta» vivranno imperituri negli anni a venire, si tributi ad ella l’onore ed il rispetto di tutto il proletariato rivoluzionario italiano! Uno striscione in suo onore viene trovato su un ponte della città, alcune scritte compaiono sui muri dell’Italsider di Bagnoli. Il 27 febbraio 1987 in piazza Campo de’ Fiori a Roma, ai piedi della statua a Giordano Bruno, viene depositata una lapide di marmo. È scritta a mano, con un pennarello Per ricordare il sacrificio di Wilma Monaco uccisa dai servi dello Stato. A rivendicare sono i Nuclei Comunisti Combattenti.
Scrive Geraldina Colotti: È caduta bocconi e appena si lamenta. La chiamo. Un rivolo di sangue le esce dalla bocca, macchia l’asfalto e lo scritto con cui rivendichiamo l’azione. Poi lei si alza e sorride, mettendo in evidenza le fossette e quei puntini verdi che aveva nell’iride. Entrambe alziamo il viso verso il sole, di nuovo bambine, come amiamo fare.

Gian Luigi Nespoli, Per una compagna caduta in combattimento [dedicata a Wilma Monaco]

1.
Hai un viso bianco, trasparente da ragazza metropolitana,
un fiore sull’asfalto, un fiore che brilla
nell’immondezzaio che ti circonda, vermi che strisciano intorno
al tuo corpo snello, un fiore sull’asfalto.

2.
Non conosco il tuo nome ma certo è un suono dolce
un suono che non sarà dimenticato.
Non conosco la tua vita ma certo è la vita
di mille altre ragazze schiacciate nella gioia, nei desideri, nelle libertà.

3.
Un fiore sull’asfalto
un fiore che ha imbracciato l’arma della liberazione.
Un fiore che brilla.

4.
Non conosco il tuo nome ma certo è un suono dolce
un suono che non sarà dimenticato. Un suono d’amore e di libertà.
Un’arma che altre mani impugneranno.

Per saperne di più

Giovanni Bianconi, Mi dichiaro prigioniero politico. Storie delle Brigate rosse, Einaudi, Torino 2004.
Progetto memoria, Sguardi ritrovati, Sensibili alle foglie, Roma 1995.
Paola Staccioli, 101 donne che hanno fatto grande Roma, Newton Compton, Roma 2011.
Paola Staccioli, Sebben che siamo donne. Storie di rivoluzionarie, DeriveApprodi, Roma 2015.

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