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Seconda festa della Rossa Primavera

Le frontiere impediscono la vi(s)ta

Prima gli Italiani, La France aux Français, Make America great again e via sproloquiando. La meschinità e la prepotenza dei dominanti sembra conquistare una nuova egemonia in società travagliate dal senso di declino, di incapacità a imporre il suprematismo bianco, come ai bei tempi. In effetti basta vedere la car(ic)atura politica e culturale dei nuovi condottieri per rendersi conto che di declino si tratta. E non solo sulla bilancia dei rapporti di forza mondiali (con l’emergere della potenza cinese e di altre potenze regionali), ma anche sul piano delle prospettive di crescita e progresso che, per quanto esecrabili già ai bei tempi, oggi promettono solo un’irresistibile discesa in un perenne purgatorio sociale.
Cattivi lo sono sempre. Un sistema costruitosi sul colonialismo e la messa in catene del Tricontinente (Africa, Asia, America Latina), non può trasformarsi da sé. Semplicemente cambia e rinnova le forme di dominio, cercando di renderle “politically correct”. E poi, ultima trovata, la globalizzazione, cioè la formidabile spinta dei moderni conglomerati capitalistici (multinazionali) a giocare su tutto il pianeta, spostando i fattori di produzione a una cadenza sempre più serrata. Un vortice in cui popoli, nazioni, proletari vengono sempre più espropriati, spesso deportati. Un potere sempre più stratosferico, inavvicinabile, rinchiuso in altissimi grattacieli di una misteriosa e tirannica Finanziopoli.
Così anche la rivolta assume caratteri fantastici, superstiziosi talvolta – i nemici sarebbero finanzieri ebrei, cosmopoliti, senza patria.
Gli interessi in gioco sono diversi, diverso il peso dell’oppressione e degli sconvolgimenti. Un piccolo proprietario impoverito, un operaio alla catena, una bracciante senza documenti, una famiglia sulle rotte dell’emigrazione subiscono a gradi molto diversi la violenza degli ingranaggi.
Ma così è sempre stato. Divide et impera! Com’è triste vedere nelle metropoli bianche una parte degli oppressi schierarsi con i padroni coloniali, invocare le catene per i negri. Razzismo e nazionalismo, con richiami fascio-colonialisti, sono gli strumenti di mobilitazione di massa del sistema. Sarà difficile, ma è solo affermando un’altra grande idea, una concezione sociale contrapposta, un’unità di lotta diversa, che li si può contrastare e battere: eguaglianza e libertà, internazionalismo!
Unità e contraddizione. Il movimento dei Gilets Jaunes in Francia è il frutto proprio di quest’unità contraddittoria, di questa convergenza di tanti settori popolari contro il nemico comune, quella élite capitalistico finanziaria che, all’evidenza, tira le fila del sistema nel suo insieme. E a cui sono asservite le strutture statali e i centri di potere transnazionali, le politiche governative. Rabbia e sollevamento popolare sono diffusi, ovunque, perciò la borghesia opera a deviare l’eruzione sociale in forme recuperabili. Ecco il “sovranismo”, il populismo fascistizzante. Questo è il nodo politico e sociale oggi: contrapporre nel vivo delle lotte il nostro orizzonte di liberazione sociale, di superamento rivoluzionario delle anguste barriere nazionali e dell’ordine imperialista che le governa. Non è neanche più questione di grandi ideali, bensì orizzonte necessario per qualsiasi lotta, di qualsiasi ribellione per sopravvivere.
In questo contesto appaiono necessari e vitali anche slogan sempre attuali:
Nostra patria è il mondo intero, nostra legge la libertà.
Il proletariato non ha nazione, internazionalismo rivoluzione.

 

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