22 aprile 1954 – 8 novembre 1978 (Patrica – FR)
La mattina dell’8 novembre 1978, a Patrica, nel Frusinate, tre militanti delle Formazioni Comuniste Combattenti (FCC) colpiscono con raffiche di mitra l’auto dove stanno viaggiando il procuratore capo della Repubblica presso il Tribunale di Frosinone Fedele Calvosa e i due uomini della scorta. Nonostante la reazione di un agente rimangono tutti uccisi. Nell’azione cade anche un militante del commando, Roberto Capone, ventiquattro anni. Il corpo di Roberto viene ritrovato nella Fiat 125 usata per l’attacco. Le FCC rivendicano l’azione con una telefonata e un volantino, mentre sui muri che circondano la villa comunale di Avellino nei giorni successivi compare la scritta Roberto Capone vive nei nostri cuori. Gli amici e compagni di un tempo, pur non condividendo le scelte politiche che lo hanno portato alla morte, distribuiscono in suo ricordo un volantino di affetto e stima. Cresciuto ad Avellino, dopo il diploma da geometra Roberto si iscrive alla facoltà di Sociologia a Salerno. Appartenente a una famiglia legata alla sinistra storica, fin da giovanissimo è impegnato socialmente e politicamente. Contribuisce alla creazione di un doposcuola per i figli di proletari, poi presto si avvicina alla sinistra rivoluzionaria. Con la fondazione della sezione irpina di Potere operaio, insieme ad altri compagni inizia a seguire la situazione degli edili e degli operai delle piccole fabbriche del territorio. Nel 1972 viene arrestato, per aver distribuito volantini in una chiesa durante una celebrazione democristiana in onore del commissario Calabresi. In seguito allo scioglimento dell’organizzazione, è fra i militanti che ad Avellino aprono una sede dell’Autonomia Operaia, il cui riferimento è la rivista «Rosso». A portare Roberto e altri militanti verso la scelta della lotta armata è il contesto interno e internazionale, che vede la fine dei gruppi extraparlamentari, l’esplosione della crisi economica, l’eroica resistenza del popolo vietnamita, la vittoria di varie guerriglie nel mondo, il golpe in Cile e il conseguente compromesso storico in Italia. Con il movimento del Settantasette, nella crisi della rete militare dell’area di «Rosso», alcuni compagni escono dalle Brigate Comuniste e creano, con altri nuclei, un’area nazionale che porta alla nascita delle Formazioni Comuniste Combattenti, in sintonia con le scelte strategiche di Prima Linea. Al sud sono composte da una rete di operai prevalentemente della FIAT di Cassino, da alcuni militanti delle disciolte Formazioni Comuniste Armate, da un gruppo di compagni irpini e dai Comitati Operai dei Castelli romani. Roberto è con loro. Si allontana da casa dicendo ai genitori di avere trovato lavoro a Napoli in uno studio di architetti, ma nei fine settimana continua ad andare a trovare la famiglia con la sua ragazza, Maria Rosaria Biondi. L’area effettua numerose azioni usando spesso sigle diverse per rivendicarle. Tra queste, Squadre Proletarie Armate (SAP), ovvero «organismi autonomi operanti nei comitati operai e nei quartieri con compiti locali di autoarmamento ed autofinanziamento». La sigla FCC appare per la prima volta il 18 gennaio 1978, con una azione contro i carabinieri di guardia esterna al carcere speciale di Novara. Nello stesso anno la direzione unificata PL-FCC effettua attacchi contro industriali, dirigenti di impresa, una guardia di polizia, un capo officina dell’Alfa Sud di Pomigliano d’Arco, oltre al sabotaggio di un traliccio dell’Enel a Cassino che provoca un black out. Dopo l’estate del 1978 le FCC si dividono. I militanti del Sud avviano un confronto con le Brigate Rosse. Il gruppo decide di colpire il procuratore Calvosa, ritenuto responsabile e ispiratore di una linea di dura repressione nei confronti delle lotte operaie delle fabbriche della zona, tra le quali lo stabilimento Fiat di Cassino.
Roberto muore nello scontro a fuoco. Paolo Ceriani Sebregondi, arrestato nel tentativo di recuperare un auto usata dal commando, evade dal carcere di Parma e si rifugia in Francia. Poco tempo dopo vengono catturati a Torino due “giovani studenti modello”. Maria Rosaria Biondi, la compagna di Roberto che era alla guida dell’auto del commando, appena laureata in giurisprudenza, e Nicola Valentino, laureando in medicina. I due scontano circa un quarto di secolo di carcere ognuno senza chiedere alcun beneficio.



