8 dicembre 1957 – 23 novembre 1975 (Via Ludovico Muratori)
Il 22 novembre 1975 si svolge a Roma una grande manifestazione per chiedere il riconoscimento da parte dell’Italia della Repubblica Popolare dell’Angola, appena liberatasi dal colonialismo portoghese. Mentre il corteo si snoda per via Labicana, all’altezza dell’Ambasciata dello Zaire un gruppo di manifestanti di Lotta Continua si stacca, con l’intenzione di compiere un’azione dimostrativa, con biglie e molotov, contro un regime che sostiene (per conto degli Stati Uniti) l’aggressione imperialista all’Angola. Imboccando via Muratori, verso largo Mecenate, il gruppo ha presto chiaro sentore di una trappola. Dopo aver lanciato alcune bottiglie incendiarie per coprirsi la fuga, i giovani iniziano a correre. Contro di loro poliziotti e carabinieri scatenano un vero e proprio tiro al bersaglio. Piero Bruno, studente dell’ITIS Armellini e militante di Lotta Continua nel quartiere della Garbatella, crolla sull’asfalto, raggiunto alla schiena da un proiettile esploso dal carabiniere Pietro Colantuono, che in seguito dichiarerà: «I colpi che ho sparato, stando in piedi, li ho esplosi con l’avambraccio ad angolo retto rispetto al braccio, e quelli che ho esploso da terra, con l’avambraccio verso l’alto sempre in direzione del gruppo di giovani».
Altri due giovani sono colpiti di striscio alla testa ma riescono a mettersi in salvo. Verso il ferito, che giace a terra agonizzante in via Muratori, e contro un suo compagno che prova a tirarlo via, un poliziotto in borghese, poi identificato nella guardia di PS Romano Tammaro, spara di nuovo a breve distanza. Piero viene colpito alla gamba destra, mentre il soccorritore è raggiunto a un braccio. Quindi l’agente si avvicina a Piero, lo strattona, lo insulta, gli punta una pistola alla tempia e preme il grilletto dell’arma ormai scarica. Queste le sue dichiarazioni: «Mi sono avvicinato a loro sulla destra, ed ho visto un ragazzo a terra e due che lo trascinavano. Ho preso la pistola ed ho esploso dei colpi a scopo intimidatorio. I colpi erano diretti a terra».
Una donna, affacciata alla finestra, rilascia questa testimonianza: «La mia attenzione è stata immediatamente attratta da un giovane disteso per terra in Via Muratori, sul lato opposto alla mia abitazione a circa 5 o 6 metri dal piazzale antistante l’ambasciata; ho notato poliziotti o carabinieri, anzi credo più poliziotti disporsi alla fine di Via Muratori, evidentemente per isolare la zona. Ho quindi sentito che il ragazzo disteso per terra si lamentava e contemporaneamente ho visto un uomo in borghese sbucare attraverso i poliziotti che si è avvicinato di corsa al ragazzo disteso per terra urlando, presso a poco “Ti pare questo il modo di ammazzare un collega” e quindi, “Cane, bastardo, carogna”, ho quindi visto che l’uomo ha puntato la pistola verso il ragazzo disteso per terra, urlando “Ti ammazzo” ed ho sentito il clic del grilletto. Il ragazzo ha gridato “No” ed ha fatto il gesto di coprirsi il volto con le mani. Quindi l’uomo, chinandosi sul ragazzo gli ha detto “ma io ti ammazzerei veramente” e lo ha scosso».
Per simulare un’inesistente situazione di pericolo, le forze di polizia trascinano il ferito verso l’ambasciata dello Zaire. Con notevole ritardo, Piero entra piantonato nella sala operatoria dell’ospedale San Giovanni. Ha ancora la forza di sussurrare: «Ci penseranno i compagni a vendicarmi…». Muore nel pomeriggio del 23 novembre, piantonato in ospedale, pochi giorni prima dei suoi diciotto anni.
Mentre tutta l’Italia è attraversata da una forte mobilitazione contro il regime democristiano, il governo Moro e la Legge Reale, appena entrata in vigore, le indagini prendono avvio fra dichiarazioni contraddittorie, ritardato o mancato sequestro di armi e gravi manomissioni di prove. Nessun arresto tra i membri delle forze dell’ordine presenti, agli ordini del vicequestore Ignazio Lo Coco. Oltre a Colantuono e Tammaro, ad aprire il fuoco fu certamente anche il sottotenente dei CC Saverio Bossio, che dichiara: «Ho esploso due colpi di pistola in direzione di un gruppo di persone col volto coperto che si trovava alla fine di via Muratori dalla parte del quadrivio».
Nonostante un collegio difensivo di prim’ordine, che comprende il senatore Umberto Terracini e Giuseppe Mattina, uno degli avvocati del Soccorso Rosso, nel dicembre 1976 il giudice istruttore Pasquale Lacanna, sulla base delle argomentazioni del sostituto procuratore Vecchione, emise la sentenza di archiviazione. Nell’ordinanza di proscioglimento scrive tra l’altro: «Se per la difesa dei superiori interessi dello Stato, congiuntamente alla difesa personale, si è costretti ad una reazione proporzionata alla offesa, si può compiangere la sorte di un cittadino la cui vita è stata stroncata nel fiore degli anni ma non si possono ignorare fondamentali principi di diritto. La colpa della perdita di una vita umana è da ascrivere alla irresponsabilità di chi, insofferente della civile vita democratica, semina odio tra i cittadini».
Nel settembre 1977 Fabio Agostini, uno dei tre compagni feriti, curati fuori da strutture pubbliche per evitare l’arresto, si è tolto la vita.
Piero Bruno viene ricordato tra l’altro nella poesia La libertà è un sogno di Antonio Pinto, soldato angolano delle FAPLA:
La libertà è sogno / sogno colmo di desiderio / lungo cammino di guerra e d’amore / percorso da gente di ogni terra / cammino di proletari, di guerriglieri.
È volontà ferma / di chi soffre, di chi vince / sul cammino del futuro, che è nostro.
Libertà è grido / è grido che tu hai gridato / arma che tu hai impugnato / sete che non hai saziato / vita che hai perduto.
Vermi ti rubarono la vita / vermi si nutrono ora del tuo corpo.
Ma tu vivrai!
E viva sarà la volontà nei cuori / che un altro mondo e gente vedranno / oltre il tuo esempio luminoso / vivrai!
Di te che lontano sei caduto per la nostra causa questo ci resta: / la libertà non è di un solo popolo / da te ci viene la forza / perché la lotta continui / fino alla vittoria finale.
Una storia di strada, di Erri De Luca
Questa è una storia di strada di 20 anni fa, quando tutta una età, una classe, una leva e un’apertura di serraglio stava in mezzo alle strade. Quando le strade erano camere a cielo aperto di una politica di avvento e le aule, le case erano vuote. Le storie di quell’età sono restate azzime, non si sono gonfiate nella pasta cresciuta di qualche film, di qualche letteratura.
Così un pomeriggio di novembre del ’75 un gruppo di ragazzi comunisti di lotta continua, meno di una dozzina, meno di vent’anni di età di media, salirono le curve di Via Muratori, strada che a Roma percorre un fianco del colle Esquilino. Andavano svelti verso il cancello di una villa. Si erano staccati da poco dal corpo disteso di una folla in marcia. In cima alla salita la loro corsa era attesa ma non lo sapevano. Nascosti dietro qualche riparo degli uomini spararono contro di loro. Il gruppo si sparse in fuga sotto il clic clac petulante che fanno i colpi, le raffiche astiose dei caricatori che si svuotano. Se non hai corso mai su queste piste, posso dirti che c’è molto silenzio intorno quando hai la vita nelle scarpe e nelle orecchie. Le scarpe battono all’unisono con i polsi. Uno di loro cadde ferito alla schiena. Di tutto lo sciame dei colpi uno aveva pescato i nervi delle gambe. Vide gli altri scomparire dietro una curva e restò solo, a terra. Quattro dei suoi correvano con la piccola zavorra di qualche colpo addosso, troppo poco per fermarsi.
Si affacciò una donna ad un balcone. Forse altre persone si ritrassero dai vetri, ma una no, e si affacciò. E vide e poi firmò una testimonianza in cui raccontava di aver parlato da una finestra ad un ragazzo steso per terra che gridava aiuto. La donna gli chiese se stesse male perché non aveva capito che era stato ferito. Non riesco a muovere le gambe, le rispose. Poi la donna vide avvicinarsi un uomo al ragazzo. La sua testimonianza continua: un uomo di mezz’età, di taglia normale, bruno, vestiva una giacca scura con un disegno vistoso, pantaloni chiari, forse avana. Ha cominciato ad urlare al ragazzo, lo sentivo benissimo. (Seguono insulti che non trascrivo). Poi gli ha puntato contro la pistola, il ragazzo ha urlato, NO. Ha fatto un urlo veramente tremendo e si è portato le mani al volto, cercava di ripararsi e quello ha premuto il grilletto. L’arma era scarica. Ha urlato: io ti ammazzerei sul serio. Poi gli si è gettato addosso l’ha afferrato per i vestiti e l’ha strattonato. La testimonianza continua con altri dettagli difficili da ascoltare e che non giovano alla storia. Quel ragazzo comunista morì il giorno seguente dopo una nottata di vane chirurgie. Gli uomini che avevano sparato erano della polizia. Sono rimasti sconosciuti. Oggi so che è stato un bene. Allora no, allora volevo che gli sparatori non avessero giorni tranquilli. Oggi non so più ragionare di vendette perché so che c’è un punto di crollo nella vita di ogni assassino. Da qualche parte anche quelli sono caduti sul sangue versato. Questo è il conto e se non è pari in fretta, alla fine pareggia. E non c’entra niente il perdono ed altri addii dagli atti commessi.
Non si parte, non si emigra dal sangue, questo so. A differenza dei suoi sparatori, del comunista ragazzo posso declinare le generalità. Si chiama Pietro Bruno ed ha sempre 18 anni. Abitava nel quartiere Garbatella e studiava in un istituto tecnico. Veniva dalle mie fila e su quella salita ce l’ho mandato io. Doveva fare una cosa poco più che innocua, buttare delle bottiglie accese a benzina contro un cancello di una ambasciata. Era stata sguarnita apposta, era una trappola e non ce ne siamo accorti, né noi né la staffetta mandata a controllare. A morire ce l’ho mandato io. Se non so perdonare nessuno è perché non sopporto di essere perdonato, né per lui né per altro.
Così quel giorno 22 di novembre dell’anno ’75 una bella folla ingorgava Roma tra Piazza Santa Maria Maggiore e Piazza Navona per un motivo oggi inconcepibile: che l’Italia riconoscesse ufficialmente l’Angola, paese africano che si era appena dispensato, con le armi, da qualche secolo di servitù coloniale. Vent’anni fa c’erano ancora le colonie. E c’erano gli studenti che si occupavano in strada di politica estera e andavano a fare una fiammata sul cancello dell’ambasciata dello Zaire che insieme al Sudafrica attaccava l’Angola che si era liberata dal dominio portoghese. E c’era una polizia che sparava su di loro, ed era così che si viveva e si moriva. Non voglio indignare nessuno con lo scambio ineguale tra bottiglie e proiettili. Esso è apparente, perché nessuna folla sa mantenersi inerte nella sproporzione. O si scioglie o va a coprire il disavanzo. La vedemmo in quegli anni ispessirsi e rispondere.
In quello stesso mese di novembre un ragazzo, Antonio Corrado, veniva ammazzato sotto casa da un gruppo di fascisti che lo avevano scambiato per un nostro compagno. Un mese prima, un altro gruppo di fascisti, aveva sequestrato, violentato, ed ammazzato una ragazza, Rosaria Lopez, al Circeo. C’erano i fascisti, venti anni fa. E la gente chiedeva Zaire, Angola, cosa sono? Poi trovava la risposta non in televisione, ma in casa, perché in ogni famiglia c’era almeno uno di questi ragazzi comunisti e se non c’era, peggio per chi non l’aveva, perché quella era la parte migliore della gioventù di questo paese, dal dopoguerra in avanti. La parte migliore compresa quella che è andata alla malora con il terrorismo e con l’eroina.
La peggiore è rimasta a casa in quegli anni, la pessima è sugli schermi. Allora questa è una storia di strada di molti anni fa, quando l’odio cresceva insieme ad una strana felicità di essere in quella politica cruda, a cielo aperto. In Italia c’è stato un comunismo in una sola età, leva classe e apertura di serraglio e non voleva prendere un potere, ma durare così più che poteva. C’è stato comunismo e se ne è andato e chi lo voleva trattenere in una forma faceva come chi attinge acqua con i canestri. Alla memoria sua e di quelli che non hanno fatto in tempo a vederlo partire, ho scritto questo brindisi.
Per saperne di più
Cristiano Armati, Cuori rossi, Newton Compton, Roma 2008 e succ. ed.
Francesco Barilli, Sergio Sinigaglia, La piuma e la montagna. Storie degli anni ’70, Manifestolibri, Roma 2008.
Pino Casamassima, Il sangue dei rossi. Morire di politica negli anni Settanta, Cairo, Milano 2009.
Massimiliano Coccia, con la collaborazione di Susanna Fontana, Gli occhi di Piero. Storia di Piero Bruno, un ragazzo degli anni Settanta, Alegre, Roma 2006.
Paola Staccioli (a cura di), In ordine pubblico. 10 scrittori per 10 storie, Nuova iniziativa editoriale, Roma 2003, 2° ed. Fahrenheit 451, Roma 2005.
Quanto vale la vita di un compagno prima parte seconda parte




















