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Martino Zichittella

26 aprile 1936 – 14 dicembre 1976 (Via Antonio Bennicelli, vicino al civico 32)

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È il 14 dicembre 1976 quando, a Roma, un commando dei Nuclei Armati Proletari tenta l’assalto all’auto di Alfonso Noce, che l’organizzazione considera come uno dei responsabili dell’uccisione a freddo di Annamaria Mantini. Il vicequestore rimane ferito, ma nella sparatoria muoiono l’agente di scorta, che è alla guida, e il compagno Martino Zichittella, probabilmente colpito per errore da fuoco amico. Per vendicare la morte della giovane militante, i Nap avevano già ferito nei mesi precedenti Antonio Tuzzolino, il vicebrigadiere che ha sparato ad Annamaria, e Paolino Dell’Anno, il magistrato che ha avallato la falsa versione dei fatti.
Martino Zichittella, nato nel 1936 a Marsala, in Sicilia, fin dall’infanzia vive a Torino, nel quartiere Barriera di Milano, dove per un periodo gestisce una palestra. È delicato, cordiale, disponibile, ma anche pronto alla difesa personale, quando necessaria. È infatti un culturista, con tanto di riconoscimento: Mister Muscolo!
Nella città della lotta operaia, nel luogo in cui le divisioni di classe hanno da sempre messo in risalto la struttura iniqua del modo di produzione capitalistico, in un primo tempo Martino sceglie la strada della riappropriazione individuale della ricchezza, e nel 1966 viene arrestato per rapina. Evade durante l’alluvione di Firenze, salvando alcuni giovani dalla melma dell’Arno.
Finito nuovamente in carcere, nel 1970 tenta la fuga da Alessandria insieme a un detenuto francese. Il classico taglio delle sbarre, poi la scalata del muro di cinta… e la libertà sembra a un passo. Ma nella discesa Martino cade malamente, procurandosi una brutta frattura che gli impedisce di camminare. Il compagno di avventura cerca di portarlo con sé, ma non riesce a caricarlo sulla macchina che ha rubato. Fa quindi perdere le proprie tracce, mentre Martino viene catturato e pestato a sangue. Rimarrà claudicante.
Durante la detenzione, fra tentativi di fuga, trasferimenti, lotte e pestaggi Martino acquista pian piano una coscienza rivoluzionaria, che lo porta in un primo tempo a partecipare a iniziative pacifiche, poi a essere alla testa di alcune rivolte. Nel 1974 a Viterbo inizia il confronto con altri compagni sulla creazione di un’organizzazione politico-militare, e nel maggio 1975 partecipa a un’azione dei Nap coordinata fra l’interno e l’esterno, che punta anche alla liberazione di alcuni prigionieri comunisti. I militanti all’esterno rapiscono il giudice Di Gennaro, senza però rivendicare subito l’azione, per non rischiare di far fallire l’evasione di tre detenuti da Viterbo. Pagando tre milioni a un agente di custodia, riescono a far entrare nel carcere una fotografia del giudice sotto sequestro, insieme ad armi ed esplosivo.
Due giorni prima della data fissata per l’evasione, tutti i detenuti del carcere viterbese scendono in lotta. Dai tetti dell’edificio inscenano una protesta collettiva per la riforma carceraria, nuovi codici e una sanatoria per i reati commessi durante le lotte in carcere. I tre compagni che stanno organizzando l’evasione manifestano il loro accordo, adducendo però motivi e crisi personali a pretesto della non partecipazione attiva.
Il giorno stabilito tentano di farsi strada fino al cancello. Fuori sono attesi da alcuni militanti che dovrebbero portarli a Roma. La fuga non riesce. I tre detenuti sparano, lanciano candelotti esplosivi, si barricano in una sezione. Fanno avere alle autorità la foto del giudice. Fino a quel momento la versione ufficiale, contestata dalla famiglia, attribuiva la scomparsa del magistrato a una fuga d’amore. I prigionieri annunciano le loro rivendicazioni, fra le quali ci sono la lettura di un comunicato nei notiziari Rai e il trasferimento in carceri del Nord.
Scrivono nel loro messaggio Giorgio Panizzari, Martino Zichittella e Pietro Sofia: «Consideriamo giuste e rivoluzionarie le lotte dei detenuti francesi, inglesi, tedeschi, statunitensi eccetera e più da vicino, degli italiani, le nostre, non solo perché esse tendono alla reale abolizione dei codici fascisti e alla acquisizione di quegli elementari diritti umani e sociali fino ad ora negati, ma proprio perché vanno a collocarsi nella più vasta strategia della giusta lotta di classe portata avanti dal proletariato del quale i detenuti sono parte integrante pur declassata che non si può né si deve per giustizia e coerenza politica ignorare. I prigionieri della politica capitalistica hanno preso coscienza pagandola sulla e con la loro pelle… I detenuti, i sottoproletari, i così detti delinquenti prima di essere tali sono proletari; proletari investiti dalla violenza della disoccupazione, dell’ignoranza, dello sfruttamento, della fame, della miseria, della cultura, dell’organizzazione sociale, della cultura borghese…».
I tre non riescono a evadere, ma le loro richieste apparentemente sono accettate in toto e quindi il giudice torna libero. Subito dopo i tre vengono effettivamente spostati in altre carceri. Presto però arriva la rappresaglia. Trasferito a Lecce, Martino subisce torture fisiche e psicologiche ma non si dà per vinto. Nell’agosto 1976, pochi mesi prima di morire, riesce a evadere dal penitenziario di Lecce insieme a vari altri prigionieri.

Per saperne di più

Progetto memoria, Sguardi ritrovati, Sensibili alle foglie, Roma 1995.

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Evasione carcere Lecce
giornale Zichittella
Martino Zichittella
Martino Zichittella morto
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Tentata evasione Viterbo
Viterbo

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