20 gennaio 1952 – 23 maggio 2011 (carcere di Viterbo)
Sintomi allarmanti. Ripetuti. Dolori trascurati, trattati con farmaci e senza approfondimenti diagnostici. Di carcere si muore così. In carcere si muore anche così. Per mancanza di soccorso, disinteresse, negligenza di medici, direttori, guardie carcerarie. È la mattina del 23 maggio 2011 quando Luigi Fallico viene trovato privo di vita nella sua cella del penitenziario Mammagialla di Viterbo, dove è stato trasferito per essere presente al processo in cui è imputato. L’autopsia stabilisce la causa. Rottura di cuore conseguente a infarto del miocardio, dopo giorni di violenti dolori, di inascoltate richieste di soccorso anche da parte dei suoi compagni. Una morte evitabile con un ricovero in ospedale, dichiara il medico legale nominato dal Pubblico Ministero. L’iter giudiziario va a rilento. I due medici in servizio all’interno del carcere sono subito iscritti nel registro degli indagati. Ma il processo si apre solo nel 2015 e si trascina stancamente. I periti confermano che con una corretta diagnosi il paziente avrebbe avuto circa il novantacinque per cento di probabilità di sopravvivere. Nel marzo 2019 il tribunale di Viterbo condanna i due medici per omicidio colposo a pochi mesi, con la sospensione condizionale della pena, e al pagamento di un risarcimento danni in favore delle parti civili. Gigi muore durante il processo di primo grado contro il piccolo gruppo di cui fa parte, definito Per il comunismo Brigate Rosse. Dell’organizzazione mantengono poco più che il nome e un’identità comunista. Inizialmente i giudici li accusano di banda armata con finalità di terrorismo e di eversione dell’ordine democratico, del modus operandi di una struttura clandestina – per le comunicazioni in codice, le precauzioni prese dai militanti per gli incontri, per il ricorso a tecniche di spedinamento – ma nel processo il reato è derubricato a una bizzarra cospirazione politica mediante accordo, contenuta nel fascista Codice Rocco. La Cassazione conferma. La vicenda giudiziaria si conclude con tre condanne e tre assoluzioni. L’unica azione realizzata dal gruppo è un ordigno esplosivo contro una caserma della Folgore di Livorno, nel settembre 2006. La Folgore, oltre che covo di fascisti e stupratori, rappresenta insieme agli altri corpi speciali il braccio armato per eccellenza dell’imperialismo italiano. Guerra alla guerra imperialista! Costruire il solo strumento capace di ribaltare i rapporti di forza tra proletariato e borghesia, il Partito Comunista Combattente!
A Casal Bruciato – quartiere romano di lotte proletarie, di occupazioni di case – Fallico è conosciuto come Gigi er corniciaro. Insegna anche le tecniche della ceramica ai ragazzi disabili. Un militante semplice, disponibile, poco avvezzo alla tecnologia. Qualcuno lo chiama il gatto, un vecchio soprannome che ben si addice alla sua espressione sorniona. Nella sua bottega artigiana passano proletari extralegali, che tratta da amici, ma soprattutto compagni. Si parla del più e del meno. Ma ci sono anche discussioni politiche. Prospettiva rivoluzionaria, comunismo, lotta armata, prigionieri. Certo, la voglia di agire concretamente c’è. Luigi lo dice e lo ripete. Comunista lo è sempre stato. Fra gli anni Settanta e Ottanta è stato più volte segnalato per contiguità ad alcune formazioni armate. Ma non sono mai state trovate prove concrete a suo carico. Anche nei decenni successivi a chiudersi nel privato non ci pensa proprio. Ha un obiettivo sempre più chiaro. Arrivare a un percorso comune di gruppi e militanti che fanno riferimento al patrimonio delle Brigate Rosse. Un rivoluzionario non può riconoscersi in questo Stato e deve continuare la lotta fino a quando non muore. Ha circa cinquantasette anni quando viene arrestato nel giugno 2009. L’operazione della Digos, che si snoda fra Roma, Genova e Milano, porta all’arresto di cinque militanti, tra i quali un ferroviere sessantenne, rappresentante dell’indipendentismo sardo. Un sesto imputato, accusato di detenzione di una vecchia pistola, viene messo agli arresti domiciliari per l’età avanzata. Mentre altri due compagni sono arrestati a Milano nel 2010. L’inchiesta appare subito vacillante. Le intercettazioni partono, secondo quanto dichiarato da Lamberto Giannini, dirigente Digos, dalle dichiarazioni di una “fonte confidenziale”. Il castello accusatorio è pieno di contraddizioni. Sono considerate ipotesi concrete di azione semplici pourparler, romantici sogni a occhi aperti privi di conseguenti comportamenti attuativi. Tra le accuse c’è persino un attacco da portare a segno contro un vertice del G8 tramite modellini radiocomandati. Durante la perquisizione, a Luigi viene trovato un appunto intitolato Scaletta. Poche righe dattiloscritte, forse la prima traccia per un documento. Si accenna alla contrapposizione fra imperialismo e proletariato internazionale, al rapporto partito/classe, alla costruzione del partito comunista combattente. Gli inquirenti usano termini roboanti e inappropriati. Risoluzione Strategica. Luigi è considerato il capo del gruppo, il centro di un tentativo di riorganizzazione. Rifiuta di rispondere alle domande dei giudici.
Carcere di Siano, vicino Catanzaro. Dopo l’arresto viene portato lì. Incontra anche compagni rinchiusi dagli anni Ottanta, che si sono sottratti alla trattativa con lo Stato. Tranquillo, determinato, socievole, Gigi affronta la detenzione con dignità. Non è alla ricerca di scorciatoie individuali. Spesso cucina anche per gli altri. Una vecchia passione, mai abbandonata. Alla fine degli anni Settanta è stato oste di una trattoria nel rione romano di Trastevere, molto apprezzata e sempre frequentata da compagni. Muore in attesa di giudizio. Un corteo pieno di bandiere rosse lo saluta per le vie del suo quartiere, concludendosi al Centro sociale Intifada. Fra i messaggi letti c’è quello di Manolo e Costantino, coimputati poi assolti.
Ci troviamo oggi a celebrare l’ennesima udienza di questo processo, senza uno degli imputati.
Lunedì mattina, il nostro compagno Gigi è stato trovato morto in cella. Da giorni lamentava tutti i sintomi di un infarto: violenti dolori al petto e pressione arteriosa alle stelle. Nonostante le segnalazioni e le richieste di cure è stato abbandonato letteralmente al suo destino. Una tachipirina, un diuretico e poi di nuovo in cella da solo. I primi riscontri dell’autopsia confermano che Gigi da ormai qualche giorno aveva un infarto in corso. La notte in cui è morto il cuore gli si è letteralmente spaccato in due. Questo processo ha già emesso la sua prima sentenza. E purtroppo è una sentenza che non prevede appelli. Gigi non è morto per cause naturali, né per una fatalità. Gigi è stato ucciso. Fosse stato libero, anche indagato ma libero, non sarebbe morto. Invece, Gigi ha avuto l’imprudenza di ammalarsi in carcere. Un luogo incivile, medievale, un luogo dove ogni conquista dell’umanità smette di esistere. Un luogo popolato da decine di migliaia di proletari, dalla classe pezzente, dai “dannati della terra”, semplicemente dai poveri. Ogni anno sono centinaia le persone che muoiono in carcere per le violenze subite. Centinaia di omicidi che sappiamo resteranno impuniti per la giustizia di questo stato. Non potrebbe d’altronde essere altrimenti: lo stato non processa se stesso. Ma noi sappiamo che esiste una giustizia che va oltre la aule di tribunale e che trova la sua forza nell’eguaglianza sociale, nel progresso umano, nel superamento del capitalismo che ogni giorno mostra il suo volto sui posti di lavoro, nel bombardamento di civili, nelle stragi dei migranti in fuga.
A questa giustizia guardava Gigi.
Era un comunista.
E noi sappiamo ciò che si perde quando muore un comunista.
Discreta, riparata da occhi ostili, rimane a Casal Bruciato una targa in marmo. Onore al Compagno Luigi Fallico Militante Comunista Rivoluzionario Assassinato dallo stato 23.05.2011. Nel novembre 2011 nel quartiere di Casal Bruciato compare un manifesto murale, firmato I compagni e le compagne.
Quando assassinate un compagno, signori non illudetevi di scolorire la nostra bandiera, sarà sempre più rossa.
Quando assassinate un compagno non illudetevi di fermare il nostro braccio, sarà sempre più forte.
Quando assassinate un compagno non crediate di fermare il nostro cuore, sarà sempre più gonfio di odio.
Quando assassinate un compagno, non pensiate di distruggere i nostri sogni, un giorno saranno lì ad aspettarvi al varco senza pietà.
Ricordatevelo, ricordatevelo sempre,
non tutto quello che dorme è morto, statene certi.
Onore al compagno Luigi Fallico militante comunista.









