4 aprile 1969 – 31 ottobre 2009 (carcere di Rebibbia)
Quando nel 1990 scoppia il movimento della Pantera, Diana è iscritta alla Facoltà di Scienze Biologiche. Proviene da una famiglia borghese, ha un cognome blasonato, Blefari Melazzi, ma il suo mondo è quello dell’antagonismo. Si riconosce nel percorso di trasformazione sociale e politica. Collettivi, comitati, centri sociali. Fuori dai partiti, nei movimenti. È il periodo delle occupazioni, contro il progetto di riforma che avvia la privatizzazione dell’università. Ma anche di cortei, assemblee, scontri con la polizia, risse con i neofascisti per la difesa di sedi e militanti. Come logo, i giovani hanno assunto il simbolo del Black Panther Party. Dura poco più di un inverno. Diana partecipa all’occupazione dell’auletta blu, all’università La Sapienza, uno spazio di iniziativa ma anche di socialità, si entusiasma per l’insurrezione zapatista in Chiapas, è nelle iniziative di solidarietà con i prigionieri politici. Mora, capelli lunghi e mossi, ha energia nei gesti e nelle espressioni. Affettuosa e decisa, la descrivono i compagni. Ama le moto, gira per Roma con una Honda 350 rossa. Per essere indipendente lascia lo studio, fa piccoli lavori precari, fino a trovare un impiego più stabile in un’edicola di giornali. Nell’aprile 2001 il suicidio della madre lascia un segno indelebile nella sua vita. Nel 1996 era stata segnalata dopo alcuni arresti, seguiti allo sgombero di una struttura abbandonata al Quadraro, perché aveva esposto con altri compagni uno striscione di solidarietà con una stella a cinque punte. Simbolo storico del movimento comunista.
La stella incriminata, quella clandestina, riappare il 20 maggio 1999, quando a Roma viene ucciso Massimo D’Antona, impegnato nella ristrutturazione del mercato del lavoro e nella regolamentazione del diritto di sciopero. La rivendicazione è firmata Brigate Rosse per la costruzione del Partito Comunista Combattente. Il periodo è particolarmente caldo in Italia da un punto di vista sociale e politico. Forte è l’opposizione contro la guerra. Manifestazioni, iniziative emulative, con la comparsa di stelle a cinque punte sui muri di varie città. E decine di attacchi incendiari ed esplosivi, soprattutto contro sedi del principale partito di governo. Da marzo infatti l’esecutivo di centrosinistra di Massimo D’Alema partecipa ai bombardamenti sulla Jugoslavia. Il quadro politico interno è dominato dalla questione capitale-lavoro. Il progressivo attacco ai diritti ottenuti dalla classe attraverso le lotte dei decenni precedenti è volto a spezzare ogni forma di rigidità operaia, con la partecipazione dei sindacati storici. Il 19 marzo 2002, pochi giorni prima di un grande corteo della CGIL, a Bologna le BR-PCC colpiscono a morte Marco Biagi. Giuslavorista, collabora con il governo per l’aumento della flessibilità e precarietà del lavoro. Gli inquirenti procedono a passi casuali fino al 2 marzo 2003, quando viene catturata Nadia Lioce, dirigente dell’organizzazione. Nella sparatoria muoiono Mario Galesi e un poliziotto. Diana e un altro compagno li stavano attendendo ad Arezzo, per una riunione del nuovo gruppo dirigente allargato. È la svolta nelle indagini. Il 24 ottobre sono arrestati sette suoi compagni, fra Roma e Firenze, con accuse da ergastolo. Diana abbandona la casa nel quartiere popolare romano del Pigneto. A dicembre gli inquirenti trovano uno scantinato pieno di armi, documenti. Ha firmato il contratto con il suo vero nome. Scatta l’ordine di arresto. Viene sorpresa la notte del 22 dicembre in un miniappartamento di un residence a Santa Marinella. Il mare vicino Roma. Buttano giù la porta. Entrano ad armi spianate. Diana non è a letto. È disarmata, ha con sé documenti di identità falsi e l’intera cassa dell’organizzazione. La ricostruzione giornalistica è fantasiosa e da film western, come i nomi di copertura degli agenti Digos che la arrestano. La squadra degli Indiani. Toro seduto. Orso pesante. Raggio di luna il loro capo. In questura viene sottoposta a pesanti pressioni psicologiche. Diana si dichiara prigioniera politica, militante rivoluzionaria per la costruzione del Partito Comunista Combattente. In isolamento nel carcere di Rebibbia è tranquilla. Fa ginnastica, guarda la tv. Legge molto. Scrive: Dichiarare una militanza rivoluzionaria […] significa rivendicare fino in fondo la propria identità politica, opporsi a un procedimento che ha come scopo […] processare e impedire un’ipotesi rivoluzionaria, un’istanza e necessità politica e sociale, cosa che nessun tribunale del mondo riuscirà mai a fare, per quanti secoli di galera riusciranno a infliggere! Per questo io al processo non sarò sola e non vi parteciperò solo come Diana Blefari, ma come militante rivoluzionaria per la costruzione del Partito comunista combattente.
Nei processi di primo grado è presente. Ha lo sguardo pensieroso, altre volte sorride con i compagni. Non revoca gli avvocati, pur impedendo loro la difesa tecnica. Nel 2005 viene condannata all’ergastolo, per l’azione Biagi, per un esproprio di autofinanziamento e altre attività dell’organizzazione. In buona parte in base alle dichiarazioni di una pentita, Cinzia Banelli, che alla nascita del figlio cede al nemico. Diana è sottoposta al trattamento di carcere duro dell’art. 41bis, Cella singola. Un colloquio al mese attraverso vetri divisori e citofoni. Limitazione di pacchi, ore d’aria, lettere. Sospensione di diritti. Scriverò una Guida Michelin sui carceri italiani, ironizza dopo i primi trasferimenti. Nel giugno 2005 finisce a Benevento. Inizialmente si firma “la Strega”, seguendo un’antica leggenda, e la disegna su una scopa volante nelle sue lettere, ancora piene di colori, che invia a compagni e amici. Scrive: Il connubio donne-politica rivoluzionaria non ha nulla di romantico o intrigante. È il risultato di un processo storico già attestato da anni, anche e soprattutto nella storia delle Br, che ha a che vedere con le doppie motivazioni che una donna ha nell’abbattere lo stato di cose presenti, e con la determinazione che la contraddistingue per l’abitudine e necessità ad assumersi responsabilità sociali e collettive.
Ha i primi cedimenti psicologici, ma le motivazioni che l’hanno portata in carcere sono intatte: Penso che la strategia della lotta armata e la linea dell’Organizzazione siano le uniche in grado di dare risposte alle necessità politiche del proletariato. E ancora: L’avere la responsabilità personale delle azioni delle BR-PCC […] mi riempie di fierezza per il contributo che ho dato al processo rivoluzionario.
Poco a poco chiude le porte al mondo. Trascorre intere giornate a letto. Ha sfoghi di rabbia. Deliri. Inizia l’iter umiliante di visite, perizie psichiatriche, accertamenti per verificare se è in grado di stare in giudizio. Rifiuta medici e terapie. Alterna momenti di tranquillità con periodi di rifiuto della vita. Timore di complotti, di avvelenamenti. Ma il meccanismo della giustizia avanza inesorabile nella sua opera di annientamento. Nel frattempo subisce vari trasferimenti, e alcuni periodi nel Centro di Osservazione psichiatrica di Sollicciano. I suoi avvocati chiedono la sospensione del regime di 41bis, il trasferimento in un carcere idoneo, lo stralcio dal processo. Si scontrano con un muro di gomma. Nel settembre 2007 il Ministro della Giustizia le rinnova il 41bis. Non vi è stato «alcun attestato di dissociazione o rifiuto della lotta armata». La declassificazione arriva l’anno dopo. Troppo tardi. Diana sta male. Crampi, giramenti di testa, allucinazioni. Ripete di voler morire. Dopo anni trascorsi senza scrivere, affida alla penna i momenti di disperazione. Lamberto Giannini insiste. Non le lascia tregua, con i suoi cinici tentativi di spezzarne la resistenza. Vuole estorcere informazioni. Diana è schiacciata dalla malattia ma continua a dire no. Viene strumentalmente diffusa la falsa notizia di una sua collaborazione. Le sono concessi alcuni colloqui con un suo ex compagno che però viene presto arrestato con l’accusa di banda armata. A fine ottobre 2009 la condanna all’ergastolo diviene definitiva. Il 31 nel carcere di Rebibbia incontra un suo avvocato. Nel pomeriggio le viene notificata la sentenza. Diana rimane sola con il peso della condanna a vita e i fantasmi della mente. Il volto in fiamme. Il freddo dentro. Voci silenziose tuonano nella testa. Senza tregua, senza pietà. Sentimenti lacerati. Immagini martellanti. Le celle sono chiuse, la notte è insopportabile. Spegnere il cervello. Annodare il lenzuolo. Un ultimo salto. Solo un salto. Intorno alle 22.30 alla vigilatrice arriva un rumore sordo. Trova Diana impiccata nella sua cella. In molti parlano di suicidio annunciato. Altri, più apertamente, di omicidio di Stato.




















