28 marzo 1950 – 1 luglio 1977 (San Pietro in Vincoli)
All’inizio del 1977, mentre a Napoli è in corso il processo contro i Nuclei Armati Proletari (NAP), l’organizzazione riesce a far evadere due sue compagne, Franca Salerno e Maria Pia Vianale.
Sabato 22 gennaio, alle ore 4, l’organizzazione comunista combattente Nap ha attaccato il carcere lager di Pozzuoli. L’azione tendente alla liberazione delle compagne Pia e Franca, militanti dell’Organizzazione, si è sviluppata con un attacco coordinato interno-esterno ed ha raggiunto in pieno l’obiettivo fissato. […] È solo sulla parola d’ordine PORTARE L’ATTACCO AL CUORE DELLO STATO che si supera la parzialità delle esperienze di lotta armata e si ricompone l’unità della classe delle sue avanguardie armate nel partito combattente.
Maria Pia è individuata una prima volta due mesi dopo, il 22 marzo, mentre viaggia su un autobus a Roma insieme ad Antonio Lomuscio. In viale Trastevere un agente in borghese riconosce la giovane, la prende per un braccio e tenta di dirottare il mezzo verso un commissariato. Maria Pia si divincola. Antonio spara per mettere in salvo la compagna, colpendo a morte l’agente. I nappisti riescono a dileguarsi. Nella successiva caccia all’uomo due poliziotti uccidono per errore una guardia zoofila che si era messa all’inseguimento, scambiandola per il compagno in fuga. Una seconda volta Maria Pia è intercettata il 14 maggio mentre è in macchina con Raffaele Piccinino. Anche in questa occasione c’è un morto, il vigile urbano che li ha fermati.
La sera del 1° luglio 1977 Antonio, Maria Pia e Franca sono a Roma, seduti sulla scalinata di San Pietro in Vincoli. Vengono individuati da una pattuglia di carabinieri. Il compagno inizia a correre, cerca di aprire una via di fuga. Falciato da raffiche di mitra, cade vicino all’ingresso della Facoltà di Ingegneria. Mentre a terra urla per il dolore, il militare si avvicina e spara dall’alto verso il basso tre colpi di pistola, uccidendolo con un proiettile alla nuca. Maria Pia e Franca, che è incinta, vengono arrestate dopo essere state percosse a sangue, come riferito anche dai testimoni presenti.
Antonio, di origini pugliesi, è emigrato negli anni Sessanta con la numerosa famiglia a Cinisello Balsamo. Vicino alle posizioni della sinistra extraparlamentare, ha accese discussioni con il padre, iscritto al PCI. Inizia a lavorare come operaio in una fabbrica che produce chiodi. Quando viene chiamato a fare il militare la sua ragazza è incinta, pur se il figlio non nascerà per un aborto spontaneo. Antonio decide di disertare. I carabinieri lo vanno a cercare a casa per arrestarlo. Nasce una colluttazione, Antonio finisce a Forte Boccea e poi a Gaeta. Terminata la detenzione militare, rimane in un carcere normale a scontare una condanna per rissa. Nei tre anni e tre mesi che passa dentro subisce pestaggi e trasferimenti, ma si dedica anche allo studio, prende contatti con i compagni detenuti e con quelli fuori che animano il settore carcere di Lotta Continua. Guidano le proteste e le rivolte nelle carceri, mentre la parola d’ordine Liberare tutti è radicata anche nel movimento esterno.
Scrive da Procida il 27 febbraio 1974, concludendo una lettera in cui parla delle condizioni di detenzione: «Mi sono stancato di ripetere a me stesso e ad altri che “un giorno pagheranno” vorrei fosse domani, ora, quel giorno». A Perugia, con altri detenuti, partecipa al Collettivo delle Pantere Rosse, sull’onda del movimento delle Black Panthers americane e dell’influenza dei testi di George Jackson. Poco prima di essere liberato, scrive: «Uscendo potrò veramente dedicarmi alla lotta politica e in questo modo darò un significato alla mia stessa vita».
Poi Lotta Continua sente la situazione sfuggire di mano e fa un passo indietro. Nel 1974 nascono i Nuclei Armati Proletari, che iniziano a dare una progettualità collettiva e rivoluzionaria alla rabbia istintiva, individuale, di molti detenuti. Antonio si ritrova in queste posizioni, nelle riflessioni sulla possibilità e necessità della lotta armata.
Quando esce frequenta riunioni operaie, restando però molto legato ai temi del carcere. Va a cercare Luca Mantini proprio il giorno in cui il compagno viene ucciso. In casa trova la sorella Annamaria. L’incontro lo colpisce molto. Torna a Milano e per un breve periodo lavora alla Fargas di Novate Milanese, ma viene cacciato per l’impegno politico. L’esecuzione di Annamaria è un evento decisivo per il suo percorso, quel filo rosso che lega l’amore alla politica abbracciando tutte le dimensioni della vita. Nel dicembre 1976 è nel commando che ferisce il vicequestore Alfonso Noce. Nella sparatoria muoiono un agente di polizia e il nappista Martino Zichittella.
Antonio, nome di battaglia Silvio, è ricordato come militante generoso e disciplinato. Nel comunicato dei NAP scritto dopo la sua uccisione si legge tra l’altro: Ricordiamo il compagno Silvio dirigente politico e militare dei NAP la cui militanza di combattente comunista ha contribuito alla nascita e allo sviluppo della nostra organizzazione… L’azione del compagno Silvio, caduto combattendo per il comunismo, e delle compagne, fa parte del nostro programma di attacco diretto allo Stato.
Dopo i fatti del 1 luglio 1977 i militanti dei NAP ancora attivi confluiscono nelle Brigate Rosse, con tanto di basi e armi. Per mettere a tacere le poche voci che denunciano l’esecuzione del nappista (il quotidiano «Lotta Continua» parla di pena di morte), qualche giorno dopo il Ministro degli Interni Francesco Cossiga promuove a maresciallo Fortunato Massitti, il carabiniere che ha giustiziato Antonio, e ad appuntato Pietro Pucciarmati, che ha bloccato le due compagne.









